I Vincitori del Premio 2018

Poesia

Narrativa

PRIMO PREMIO POESIA

ALICE PINOTTI
Istituto Istruzione Secondaria Superiore ISS “G.Galilei”
41037 Mirandola (Mo)

Natura indomita

In quei diamanti neri è chiuso
il silenzio della miseria,
che emerge e
si mischia alle liane dell’allegria,
guide di sorridenti mementi.
E quei selvaggi occhi si perdono
nei fatidici istanti di gioia,
impressi come brame di libertà
tra i rami dell’ebano.
Natura indomita,
raccontaci i segreti del deserto
e cosa odono le orecchie degli elefanti;
natura indomita,
raccontaci le nostre
origini.

SECONDO PREMIO POESIA

FILIPPO ALESSANDRI
IIS “Da Vinci” – RIMINI

Notte andaluse

A;
il tuo
nome non
fa rima, è uno
specchio im-
polverato.

il tuo nome non fa rima,
dolcemente vi ci soffio;
fuma coltre:
e lo vedo…

Giulietta versa dal terrazzo verdi
lacrime nel castello, il mare;
il fico d’India strafatto di frutti e
le discese che tornano salite, il torrone,
i borghi nel piemonte, i cani di Toledo;
ed ancora il sole, il sole, l’ambra e il sole,
le poesie da palazzo, la Gioconda, i boemi
della spiaggia con lunghe coppe di Dioniso;
e le palme a lungomare, le bronzee statue
dei rivoluzionari, le troppe sfilate
pittoresche di stanti e passanti
e le nostre notti andaluse,
sempre piu andaluse,
negli sguardi
della gente.

ecco, in quelli fai ancora rima:
negli sguardi della gente
che han lasciato, saggiamente,
quello specchio impolverato.

TERZO PREMIO POESIA

CAMILLA MAZZIOTTI
Immaginazione e Lavoro – TORINO

Parentesi Future
Magnolia
Riconosce le tue forme gentili
curve che delineano la strada
che voglio percorrere

Il tuo primo vestito,
sfumatura inaspettata
regala nuovi colori agli arcobaleni

La tua mente, attenta
rende instabile la mia,
distratta

Con te ho rifiutato le maschere
la monotonia del contabile
ho rinunciato alla tovaglia senza pieghe

ogni menzogna muore,
il resto, irrilevante,
diventa parentesi.

MENZIONE POESIA

Alice Chirone
Immaginazione e Lavoro – Torino

Temporale
Ora, per colpa tua,
sono come un temporale,
i fulmini sono la mia rabbia,
la pioggia sono le mie lacrime
e i tuoni le mie urla.

MENZIONE POESIA

Mirima Labyeni
Immaginazione e Lavoro – Torino

LA MIA VITA

Io sono come..
un giglio bianco nato nel deserto,
un fiore raro pur minuto e fragile
che riesce a crescere nel nulla.
Sono come un libro senza
le parole che son volate al vento.
Come note,
piccole melodie.
Mi sento come un sordo che non può sentire.
Una destinazione senza meta.
Un pirata contro la tempesta,
un tesoro perso nel mare
che un pirata nel suo viaggio spera di ritrovare.
Sono sicura di me.
Ma a volte ho paura di crollare
so che ho un obiettivo da raggiungere
e non posso mollare
Vi racconto una favola ormai finita
ma voi non sapete che questa è la mia vita….

 

MENZIONE POESIA

Gaia Lauricella
Immaginazione e Lavoro Torino

La cicca di sigaretta
Cicca di sigaretta,
in quanti le buttano per terra?
Spente.
Consumate.
Calpestate.
Ricalpestate.
Volano via,
con il vento.
Si attaccano con il suolo,
senza muoversi più.
Siamo tutti sigarette.
La gente le prende,
le tira dentro e poi le butta fuori.
Come fumo i miei pensieri vanno via.
Per terra sono calpestata dalla gente.
In quanti non fumano ma calpestano lo stesso le sigarette?
Mi attacco al suolo
come se il suolo fossi tu.

PRIMO PREMIO NARRATIVA

DALILA DI DEDDA
Immaginazione e lavoro – Torino

IL MIO INFINITO

Forse da bambina a questa domanda avrei risposto che l’infinito è solo la fine di una favola… “e vissero per sempre felici e contenti”…, ma la vita non è una fiaba… anzi, la vita è forse a volte troppo cattiva ed egoista, vuole con sé tutte le persone migliori di questo mondo… le vuole e te le porta via… e tu le vedi sparire, come un soffio di fumo di quella sigaretta sempre troppo corta per colmare i tuoi pensieri, la tua tristezza.
Crescendo invece, ho iniziato a pensare che l’infinito fosse la paura, la paura infinita di perdere la persona che amavo di più… Mi accorsi che l’infinito era la realtà, perché la portò via davvero, la portò via quando ero solo una bambina, troppo piccola per sopportare quel dolore così grande: era la persona che mi aveva donato la vita, la persona che mi aveva donato l’infinito, ma per lei ormai quell’infinito, che tanto sogniamo, era giunto al termine.
Lei sognava, sognava come forse facevo anche io, sognava ma quei sogni sono diventati incubi, quegli incubi sono diventati realtà, finché quella terribile ombra nera non la portò con sé. La prese all’improvviso portandola dove non esiste l’infinito, dove non esiste più niente, non esistono i sogni, non esiste la luce.
Mi fece vedere tutto buio, solo nero intorno a me, niente più sogni e niente più infinito.
Passarono gli anni, anni interminabili, anni fatti di niente.
Il tempo passava e giorno dopo giorno mi convincevo del fatto che la felicità che tanto desideravo, fosse solo un sogno che dovevo abbandonare per sempre.
Da quel momento sono cominciati i problemi, si è aperto davanti a me un tunnel nero senza via d’uscita: ogni notte chiudevo gli occhi e mi ripetevo “Ma ne varrà la pena?” Una vita così, chi la vorrebbe vivere? Sola al mondo e con mille demoni in testa, sola, senza obbiettivi, senza mete da raggiungere, senza un futuro.
Lei ha lasciato tante cose dentro di me…
Ha lasciato il ricordo del suo profumo quando mi abbracciava forte prima di andare a letto, l’immagine impressa del suo sorriso quando diceva di essere fiera di me.
Ha lasciato la sensazione delle sue mani che sfiorano il mio viso mentre la sua voce sussurrava “Sei bellissima”.
Ha lasciato l’emozione nel vedere i suoi occhi lucidi quando, portandole un fiore bello come lei, le dicevo “Ti voglio bene mamma”.
Ma ha lasciato tanto altro purtroppo, l’angoscia nel rivedere sempre la stessa scena ogni volta che chiudo gli occhi, quel corridoio, quel pavimento e il rosso del suo sangue…
Ha lasciato la paura di essere sola contro il mondo, troppe domande a cui non potevo più dare una risposta, come avrei fatto ad affrontare questa vita senza lei con il solo ricordo costante della sensazione di avere il suo corpo ad un metro, ma non sentirla vicina. Solo un’immagine terribile nella mia mente e nel mio cuore, lei in quel letto bianco, le sue mani fredde, la sua anima spenta e le lacrime che scendono sul mio viso ogni giorno.
Ha lasciato la speranza che ogni brivido sul mio corpo fosse la sua presenza e la convinzione che ogni mia vittoria fosse merito suo e ogni mia sconfitta fosse un modo per farmi diventare più forte.
Perché lei mi voleva forte, lei mi ha insegnato a essere fortissima, se ne era andata dicendomi queste parole: “Se sei stata scelta per questa vita, è perché sei abbastanza forte per viverla”.
Lei era così, lei non si faceva abbattere da niente, lei viveva giorno per giorno ridendo in faccia al mostro che la stava mangiando viva. Lei mi ha insegnato a vivere e a combattere, perché questo mondo non sa che tu ci sei, questo mondo non ha pietà.
Quasi non ci credevo ma la luce nella mia vita è tornata con lui, con il suo arrivo, quel pomeriggio di maggio con quel sorriso che per un attimo ha fermato tutto, il tempo, la sofferenza e il dolore. I suoi occhi mi hanno guardato così intensamente da vedere dentro di me e farmi capire che lui era un angelo e lei lo aveva mandato sulla terra per me, per salvarmi, per portarmi via da tutto, per donarmi la felicità, per farmi ricominciare a vivere!
Quel viso, quei lineamenti così perfetti, mi perdevo nei suoi occhi ed era come guardare il più bel quadro del miglior pittore, ascoltare la sua voce era come ascoltare le note più profonde di una canzone senza fine.
Mi ha fatto innamorare e dimenticare finalmente tutto il male, quel dolore che mi teneva rinchiusa da troppo tempo ormai come in gabbia.
La libertà che invece ora sento tra le sue braccia, così grandi e forti da proteggermi da tutto, finalmente anche la felicità aveva un posto per me e aveva un nome, e quel nome era il suo.
Ho ricominciato a sognare, come forse non avevo mai fatto in vita mia, ho capito che dentro di me non era tutto spento, che solo lui è stato e sarà sempre l’unico in grado di accendere una luce dentro il mio cuore, dare vita al fuoco che aveva sciolto tutto quel ghiaccio dentro di me.
Dare vita alla passione, dare vita a quello che definisco “amore puro”.
In poco tempo è diventato tutto ciò che posso definire vita, tutto ciò che posso definire INFINITO.
Lui è puro, lui è raro, lui è prezioso.
E’ diventato lui il motivo per cui mi alzo al mattino, il motivo per cui sono ritornata a sorridere, il motivo per cui le mie lacrime da dolore sono diventate lacrime di gioia, gioia al pensiero di essere sua, di essere importante per lui, di condividere ogni momento di una vita intera, di averlo salvato come lui ha salvato me.
Perché sì, anche lui era rinchiuso in quell’infinito tunnel nero senza via d’uscita, anche lui era solo, solo con le sue ansie, con i suoi demoni, forse ancora più forti dei miei.
Ci siamo salvati a vicenda e siamo diventati indispensabili l’uno per l’altra.
“Non esiste vita senza lei.”
“Non esiste vita senza lui.”
Il tempo passava e sempre di più capivo quanto fosse infinito e incondizionato l’amore mio per lui, ora apprezzavo tutto della vita anche i piccoli gesti, che colmavano quel grande buco lasciato dal mio angelo.
Quando un raggio di sole o il rumore della pioggia mi svegliano al mattino, il mio primo pensiero va a lui, a quanto sia importante per me e a quanto non lo ringrazierò mai abbastanza per tutto quello che fa per me ogni giorno.
A volte mi fermo e penso a quanto sia buono il sapore della felicità, quando dopo una giornata sento finalmente la morbidezza della sue labbra, il calore del suo abbraccio
Quando la notte mi addormento tra le sue braccia, in quel letto troppo freddo per starci da sola…
Lo sguardo che non ha parole, ma dice tutto, quello sguardo che ti fa capire di essere fiero di te, lo stesso sguardo con cui mi guardava lei prima di dirmi “Sono fiera di te piccola donna”.
Lui è tutto quello che i miei sogni più profondi potessero mai desiderare, è tutta la ricchezza che nella mia vita potrò mai avere.
Lui è le mie ali ed è solo grazie a lui se ora riesco a volare per raggiungere insieme..l’INFINITO.

SECONDO PREMIO NARRATIVA

Gabriele Casale
Istituto Professionale Servizi Assisi Serale
Assisi Perugia

Infinito

In una tiepida alba di primavera, quando i primi raggi di luce iniziavano ad illuminare il bosco una bella goccia di rugiada si svegliò sul petalo di una margherita. Era bella tonda e brillante e sulla sua superficie si specchiavano alberi, fiori e uno squarcio di cielo. La gocciolina si gonfiava orgogliosa della sua grandezza! Era giovane e ingenua la bella gocciolina di rugiada. Era così ingenua da pensare che tutto quello che si specchiava sulla sua superficie fosse in realtà dentro di lei. Pensava, poverina, di essere così grande da contenere tutto il mondo!
Mentre si gongolava in questa ingannevole certezza illudendosi che niente potesse essere più grande di lei, il sole continuava il suo eterno cammino arrampicandosi nel cielo. I suoi raggi piano piano filtrarono tra i rami degli alberi scaldando la terra. La gocciolina di rugiada divenne ancora più brillante ed iniziò a scaldarsi. “che meraviglioso tepore!” pensò! Mentre però godeva di quel dolce calore si accorse di diventare sempre più piccola, sempre più piccola fino a scomparire. In poco tempo si trasformò in vapore ed il vento la portò in alto nel cielo. “Cosa mi sta succedendo? Dove sono? Dove sono i fiori e gli alberi che erano dentro di me?” si chiedeva smarrita la goccia di rugiada che senza accorgersene era entrata in una grande nuvola bianca!
La nuvola volò lontana e la gocciolina si addormentò infreddolita fino a quando un bel giorno si accorse che stava precipitando a velocità folle assieme a milioni di altre goccioline d’acqua! “Aiuto …. ! finirò spiaccicata su qualche roccia!!!” Con tutta la forza che aveva continuava a gridare e chiedere aiuto fin quando … splash … cadde nel mare! … silenzio … smarrimento … ! un mondo blu e sconosciuto la aveva inghiottita. Non era più una goccia di rugiada ma era diventata … mare! Il mare era dentro di lei e lei era il mare. Il mare la piccola goccia di rugiada non lo aveva mai visto, non sapeva che esistesse ma in quel momento capì che era quello il suo destino … era lì che da sempre voleva arrivare … voleva diventare mare!
E allora divenne onda e attraversò i continenti e andò a sfiorare la sabbia di spiagge incantate e cullò pesci meravigliosi nel loro instancabile nuotare e accarezzò i lunghi capelli di una sirena e baciò le labbra di un pescatore di perle.
Ogni giorno scopriva paesaggi nuovi, ogni giorno provava emozioni fantastiche fin quando una notte il vento si sollevò potente e rabbioso.
Le onde del mare si infrangevano violentemente sugli scogli. Era un gioco entusiasmante essere scagliata sulle rocce e scivolare di nuovo nel mare e tornare ad essere il mare. In questo gioco spericolato però volle spingersi oltre il limite e cavalcò un’onda gigantesca che la fece volare lontano sulla scogliera.
Cadde in una minuscola fessura di una roccia e subito si sentì prigioniera. Sentiva l’urlo del mare che la chiamava ma non poteva più raggiungerlo!
Venne mattina ed il sole instancabile si alzò alto nel cielo. La gocciolina d’acqua sentì di nuovo il tepore dei suoi raggi e poco dopo tornò leggera come l’aria e di nuovo iniziò a volare.
Non incontrò però nuove nubi ma rimase come vapore sospesa fin quando in una tiepida mattina di primavera si svegliò su un tenero filo d’erba. Si accorse di esser tornata all’inizio del suo viaggio. Era di nuovo una bella e brillante goccia di rugiada, ma non una goccia di rugiada come le altre! No!! Lei aveva visto il mare. Lei era stata il mare e il mare continuava ad essere dentro di lei perché quando una goccia d’acqua è stata il mare sarà mare per sempre e nel mare inevitabilmente tornerà.

TERZO PREMIO NARRATIVA

ALESSANDRA GILARDI
Immaginazione e Lavoro- Torino

UN INFINITO SENZA FINE…

Chi è quella ragazza riflessa nel finestrino del pullman?
Ero irriconoscibile: una ruga attraversava la mia fronte, profonde occhiaie violacee, non le avevo mai avute così marcate, uno sguardo vuoto mi fissava, senza vita eppure pieno di freddezza, di rabbia nei confronti del destino che mi aveva portato tanta sofferenza, un infinito dolore che mi schiacciava, senza più farmi respirare…
“Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo? Chi sono ormai? Cosa è rimasto del mio passato?”
Che confusione!
Ero reduce da una furente discussione con mio padre, ci eravamo detti parole che speravo nessuno dei due pensasse realmente, stavo tornando a casa…casa?
Ormai non era più casa mia, l’avrei dovuta lasciare, avevo tentato in ogni modo di aggrapparmi a quelle mura che avevano raccolto i miei primi pianti e le mie fragorose risate di bambina, fatte di piccoli ricordi racimolati in pochi anni di vita, magari nulla di prezioso, ma ricchi di significato perché mi avevano vista crescere, trasformarmi, mi avevano vista felice di quello che avevo, ora dovevo abbandonare tutto e andare in una casa che non conoscevo, con persone con cui non avevo mai condiviso nulla.
Durante le ultime notti prima di lasciare questi miei ricordi, l’unico che riusciva a calmare almeno per un attimo le mie lacrime era Loki, piccolo ammasso di pelo che mi trasmetteva quel calore e quell’amore che avevo perso improvvisamente. Beh, non improvvisamente in realtà, ma non avevo mai voluto credere che la malattia di mia madre avrebbe potuto portarmela via…
L’estate prima della tragedia, mi sembrava di vivere nel paese delle meraviglie, al mio risveglio, al mio fianco, c’era colui a cui dovevo gran parte della mia felicità: i suoi occhi verdi mi guardavano in attesa che mi svegliassi, pronto ad augurami il più dolce “buongiorno” della mia vita, un bacio e la giornata cominciava nel migliore dei modi, ai miei piedi il nuovo arrivato, tanto desiderato e atteso, un affettuosissimo “peluche” di sette chili, subito saltellante e festoso, poi c’era lei, avvolta nella sua solita copertina blu di pile che spesso e volentieri usava come scialle per girare in casa. Casa mia non era tanto grande, ma adatta a noi, a me sembrava non le mancasse nulla, una camera da letto con le pareti color pesca, una cucina e la mia camera con le pareti tutte scritte: quando ero triste o felice ci scrivevo le mie emozioni, quelle pareti erano parte di me, la mia vita.
Non riuscivo a passare molto tempo con mia mamma, lei era felice quando le stavo vicino, parlavamo finché la stanchezza non si impadroniva di lei, le chemio la stavano sciupando ogni giorno di più, giorno dopo giorno, ma lei lottava e mi sorrideva per darmi speranza.
A settembre non era più a casa, andavo a trovarla in ospedale, ormai conoscevo a memoria ogni corridoio, ogni reparto. Arrivarono anche le mie zie dall’estero per starle vicino, avevo capito che c’era qualcosa di terribile che stava per accadere, cominciai a domandare, ma nessuno aveva il coraggio di darmi una risposta e forse io non volevo sapere. Solo dopo una settimana arrivò la risposta: il tumore si stava espandendo e stava andando verso il cervello, ormai aveva toccato la parte che controllava gli arti inferiori, dovevo farla salire su una carrozzina e portarla in giro per farla uscire almeno per qualche minuto da quelle tristi quattro pareti.
Mentre spingevo la sua carrozzina le lacrime scendevano silenziose, ero sicura che non mi vedesse, al dolore si mescolava la felicità nel vederla rasserenata almeno per un momento, sembrava una bambina che usciva per la prima volta e si rallegrava di ogni minima cosa, come se la vedesse per la prima volta. Purtroppo in brevissimo tempo cambiò, una volta successe addirittura che non mi riconoscesse, per me fu una pugnalata terribile al cuore.
Sguardi persi, sguardi vuoti, sguardi che si perdevano nel nulla, prima di entrare in quella stanza bianca, sguardi che cercavano la speranza e la consolazione in altri sguardi: entravi, lei era lì, con gli occhi ancora pieni di speranza, continuava a scusarsi insinuando di essere un peso per tutti noi. Accanto a lei era sempre presente il suo compagno, che non l’ha mai abbandonata per un secondo, un uomo fantastico, un secondo padre per me, ci dividevamo i compiti di casa. Volevano portarla nel reparto dei terminali, ma lui si rifiutò, dicendo semplicemente che voleva occuparsene lui come aveva fatto fino ad allora, è un uomo di poche parole, ma di grandi gesti. Così mia madre tornò a casa, ma io ero in preda al dolore e mi allontanai da lei, passai giorni a casa del mio ragazzo e dei suoi genitori, lì avevo trovato il senso della famiglia, mi trattavano come se fossi una delle loro figlie.
I giorni passavano in fretta, troppo in fretta e quel giorno arrivò troppo presto: non ero più andata a trovare la persona che mi aveva insegnato a sopravvivere e a non arrendermi mai di fronte agli ostacoli, grandi o piccoli che fossero. Aveva cercato di combattere con tutte le sue forze contro quell’essere più grande di lei, aveva vinto alcuni round, ma l’ultimo l’ha perso. Il mio destino era ormai scritto con la penna indelebile, dovevo andare a vivere con mio padre, che per quindici anni avevo visto pochissimo, quasi uno sconosciuto…
Ma ci fu anche un altro abbandono, pesante e doloroso, il mio ragazzo si tirò indietro: voleva stare da solo, non aveva bisogno di una ragazza con una vita tanto difficile, ero diventata un peso per lui, che aveva promesso di starmi accanto e di percorrere la strada insieme a me, non ci fu verso di fargli cambiare idea, a nulla servirono le mie lacrime e i miei singhiozzi.
I pensieri cominciarono ad affollarsi nella mia mente, i ricordi felici del passato si intrecciavano con quelli infinitamente dolorosi del presente e soprattutto… del futuro: dovevo lasciare la mia casa e dovevo trovare un posto per il mio adorato Loki, che mio padre non voleva, ma perché togliermi l’unica cosa che mi era rimasta? Perché trascinarmi via da quella casa che era tutto il mio passato?
Mollai la presa, ero troppo debole in quel momento, ma appena varcata la soglia, nacque in me un nuovo senso di colpa: a pensarci bene, ero entrata di forza nella vita di mio padre e della sua famiglia, avevo interrotto le loro vite, ma troppe volte mi ero trovata in mezzo alle critiche di mio padre e sua moglie contro mia madre. Decisi di metterci una pietra sopra. Sistemai il piccolo Loki e la mia vita cambiò, in modo improvviso e troppo velocemente.
Furono giorni infernali per me. Ero confusa e diventai persino apatica, ero arrabbiata con il mondo intero e rispondevo male a tutti, le ore passavano, i giorni trascorrevano via lentamente e sempre più i pensieri si agitavano nella mia mente confusa, ma tutto quel pensare mi devastava. Era come se tutto bruciasse intorno a me. “Trova qualcosa che ti distragga!”, mi dicevano, ma l’unica cosa che rimbombava dentro di me era il ticchettio dell’orologio durante queste notti diverse, in cui i rumori si dilatavano, le gocce di sudore scendevano dalla mia fronte e il sonno mi abbandonava a un’insonnia continua. Mi giravo e rigiravo nel letto, un letto che non era il mio e che non aveva il solito profumo, quando il sonno arrivava, era affollato da fantasmi, da domande senza risposta, da mille insicurezze…
Eppure ero e sono ben consapevole che quella forza che mi aveva trasmesso mia madre era ed è ancora presente in me, una forza infinita, le parole che mi diceva risuonano nella mia mente e sono diventate la luce che mi guida:” Se la vita ha riservato questo per te, vuol dire che sei in grado di superare tutto!” In fondo quella ruga sulla fronte, quegli occhi segnati riflessi nel finestrino del pulman erano miei, ero e sono io quella che vedo, certo con mille angosce, una valanga di problemi troppo grandi per la mia età, ma anche il ricordo di un tempo, non lontano, in cui ero felice di svegliarmi, perché sapevo che ci sarebbe stata un’altra giornata stupenda. Ora invece mi sveglio perché devo…come se fossi stata a letto per cento lunghi anni consapevole che sarà un’altra giornata che devo superare, un’altra giornata in cui devo lottare contro le mie emozioni!
Ma so che ce la farò, sarà una guerra pesante e dura, contro il destino e soprattutto me stessa, ma la …vincerò!