I vincitori del premio 2019

Poesia

Narrativa

PRIMO PREMIO POESIA

CLAUDIA SABATINI
Istituto Professionale Alberghiero L. Coscioni
Orvieto (TR)

Senza titolo

Il diamante brilla in mezzo
al tuo scarno corpo,
chiaramente chiede aiuto.
Discosto dalla sua amata,
l’essere bruto di nulla
si rende conto,
così ignobile canta
l’immensa vincita sua.

 

SECONDO PREMIO POESIA

BEATRICE ROMANO
ISIS “Rita Levi Montalcini”
Quarto (NA)

Labirinto infinito

Lo stesso posto dov’ero ieri… sono qui
vago tra il mio cuore, tra la mente
tra le canzoni che sanno ascoltarmi,
tra il buio che pian piano divora ogni traccia di luce,
tra le strade che nemmeno guardo più…
dove gli occhi portano a vedere macchie di felicità.
E mi piace sentirne il profumo in ogni suo frantumo
che prima o poi svanisce come quando una rosa appassisce.
Non sai quanto è brutto perdersi e non ritrovarsi.
Ma non sai quanto è brutto ritrovarsi e non perdersi.
Lo sai quanto è brutto spegnersi?

Lo stesso posto dov’ero ieri sono qui
chiusa nella mia corazza pazza,
vecchia armatura ormai arruginita
forse impaurita ed anche un pò inferocita
son le lame che l’hanno resa infreddolita.

A pezzi cade e perde frantumi di cuore…
chiusa dentro ad un pezzo di carta rotta
senza raggiungere la rotta;
la mia matita è ormai smarrita, imprigionata
tra le parole ormai tagliate e stropicciate.

Labirinto infinito
ma infinte son le rose che sbocciano dal mio cuore
e infinte son le spine,
che restano sulla mia pelle come rovine.
E’ la tempesta che danneggia la mia testa ed arresta ogni gesta.
L’anima mia è una foresta: rami e radici in lotta contro le mitragliatrici
anima mia… sei un mare in tempesta,
ma tu, ti prego,
resta.

 

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA

ALICE RITROVATO
Istituto CFIQ
Pinerolo (TO)

Pensieri

E nella mia testa
Come in una tempesta.
I pensieri vanno
E si fermano in essa
Si fissano bene come
Chiodi saldati al muro
Non si tolgono
E stanno al sicuro
Neanche il vento
Neanche un soffio
Fermi come cicatrici
Permanenti sul corpo.

PRIMO PREMIO NARRATIVA

MOHCIN FATHI
Piazza dei Mestieri/Immaginazione e Lavoro
Torino

Smetterò

Agosto ha uno strano effetto su di me, sarà per via del vuoto lasciato dalle persone che scappano dalla città verso il mare, che al cinema non ci sono più film belli. Su Netfilx li ho visti tutti, anche quelli d’amore, nei giorni dove l’aria si faceva pesante e la tua assenza si sentiva negli incroci delle strade, degli occhi. Dovrei andare a comprare nuovi libri da leggere, quelli sul comodino li ho finiti tutti, divorati come fossero sigarette alla fermata del bus, mentre arriva. Io però nella mia solitudine ho imparato a bastarmi, come i gatti. Ho iniziato a scrivere un libro con la speranza che un giorno lo possa pubblicare e magari capire quale sia il segreto per vincere lo Strega, però mi manca il coraggio, la sicurezza necessaria di dire no alle mie dipendenze. Sono impacciato io, e come un codardo, per non guardare in faccia la realtà, mi rifugio dietro uno schermo per cercare di esprimermi. Mi sento in colpa perché ho deluso mia madre, sento che non riuscirò mai a realizzarmi, che i miei sogni sono più grandi di me e la sconfitta sia imminente. Da quando non ci sei ho iniziato a farmi anche in casa, cosa che prima non avevo mai fatto, ci sono giorni in cui mi sveglio in preda al panico e sento che non posso più farne a meno, ingerisco sonniferi per attenuare il dolore e finalmente riposare, però ci sono anche giorni in cui sto bene, mi prendo cura di me stesso, vado a correre e cerco gialli avvincenti da leggere. Ma dura poco perché poi la mia pelle inizia a bruciare, il cuore inizia a battere sempre più forte e i pensieri nella mia testa aumenta, le urla si fanno sempre più forti, inizio e sudare, le mani tremano e il mio orgoglio mi sotterra. Non riesco più a guardarmi allo specchio, mi sento odiato. Oltre a tirarla, qualche volta la fumo anche, raggiungendo uno stato di euforia in pochi secondi, ingerisco qualche sonnifero e in pochi attimi mi addormento per poi svegliarmi tutto sudato e angosciato. Compro il bicarbonato e l’ammoniaca per bagnare le sigarette, mi costa di meno.

La prima volta che toccai la coca era un giorno di agosto, due giorni prima del mio compleanno, ero in Piazza Marconi con Victor e Soufien, vecchi amici con cui alzavo qualche soldo vendendo erba e fumo, Victor tirò fuori una bustina di coca, fece una riga sulla panchina e la tirò su per il naso in pochi secondi. Sembrava una cosa semplice e veloce, così, per togliermi quello sfizio da cui mamma per anni aveva cercato di tenermi lontano. Mi feci anche io una riga. Fu il momento più euforico della mia vita. Da lì ho iniziato a farmi tutti i giorni. Andavo in discoteca e mi facevo nei bagni insieme alle ragazze bianche, che pagavano molto anche per una piccola dose, così iniziai anche a venderla, io e te ci siamo conosciuti così, mentre vendevo una dose a una tua amica. Indossavi scarpe di cuoio piuttosto pesanti, direi che erano un paio di stivali neri, portavi i tuoi capelli biondi ricci raccolti, ti stavano bene, i tuoi occhi azzurri valorizzavano la tua pelle chiara. La prima volta che ti ho portata fuori, non volevi andare da nessuna parte, avevi delle Nike nuove e dicevi che ti facevano male e che camminandoci si sarebbero allargate. Ma noi eravamo fermi, seduti su una panchina ingiallita dal tempo. La prima volta che abbiamo fatto l’amore, mi avevi invitato a casa tua perché i tuoi erano andati via in montagna e non volevi dormire da sola. Non sapevo fosse la tua prima volta, e tanto meno che la volessi con un tossico. Vedevo nei tuoi occhi una luce, e ho creduto potessi essere la mia salvezza, ma io continuavo a farmi, c’erano giorni in cui non riuscivo a controllarmi, ti facevo paura e io, per scusarmi, ti scrivevo lettere che ora non saprei scriverti. Fumare le sigarette bagnate e tirarle mi aiutava a cacciare tutta la sofferenza che portavo dentro, a ignorare la verità su quanto fossi solo, che nei momenti di desolazione veniva a galla come i rifiuti in mare. Nella nostra relazione mi prendevo tutto, non facevamo a metà, anche quando non c’ero. A volte ti chiedevo di cercare dei soldi in prestito e di cercarli in casa tua, di prenderli ai tuoi e quando tu ti facevi seria e io la mettevo sul ridere senza rendermi conto della mia ipocrisia, ti parlavo come se tu potessi comprendere il razzismo, ma tu eri figlia di avvocati che difendevano i mafiosi, i tuoi amici e la tua famiglia mi guardavano come se non fossi abbastanza per te, quando mi tenevi per mano sentivo lo sguardo delle persone su di me “ Che ci fa quella con quel delinquente”. Per loro ero solo un negro, anche se sono marocchino e mulatto. Mi ricordo anche il giorno in cui mi lasciasti prima di partire per l’università, dopo anni avevi capito prima di me che era finita, mi lasciasti una lettera sotto casa, insieme alle mie cose, “Ci sono stati giorni in cui ti ho amato, ti ho amato con tutta me stessa. A volte mi hai fatto paura ma mi hai sempre trattata bene, mi hai amata, mi piaceva quando mi posavi addosso lo sguardo, mi sentivo amata, voluta. Ascoltami per una volta per favore, sii felice, continua ad andare al cinema, continua a scrivere, lascia stare i gialli, inizia a scoprire i classici e romanzi, quelli veri. Ma la realtà dei fatti è che tu non ti rendi conto di quanto quella roba ti stia annientando dentro, piano piano si sta portando via il meglio di te. Io per il mio futuro non posso immaginare di stare con un drogato. Scusami. Sapevi come distruggermi e l’hai fatto. ma io non ti odio anzi”. Ho smesso di frequentare i luoghi dove siamo stati insieme, ho smesso di andare al cinema, però non ho ancora smesso di farmi, ma ci sto provando, sto stringendo nuove amicizie e sto cercando un lavoro. Manca poco al mio compleanno e agosto sta per finire. Settembre è il mio mese preferito perché è il mese dei rientri, magari rientrerai anche tu e ci rincontreremo in un pub in centro e ci riconosceremo da lontano in mezzo la folla, parlare fino a notte fonda, sorridere insieme e magari poi un giorno andremo al cinema insieme.

 

SECONDO PREMIO NARRATIVA

LUCA PAPI
ITIS G. Galilei
Arezzo

Cornetto al pistacchio

Ci sedemmo sugli scalini della biblioteca comunale.

Sapete, odio fumare in salita; non perché faccia male o simili, voglio dire un fumatore sa che fa male, solo che poi, quando comincia a sentirne gli effetti, si rende conto che forse non era uno dei fortunati. Tanto siamo tutti “quelli diversi”, finché non ci rendiamo conto di avere lo stesso paio di polmoni di tutti gli altri. Comunque, stavo fumando in salita. Che coglione penserete; avete ragione, ma la biblioteca mi faceva venire un estremo bisogno di tabacco. Accendere una sigaretta è una di quelle operazioni che fai quando vuoi avere una scusa per non parlare, per sembrare vissuto, ma più spesso di quanto ci si possa aspettare lo si fa per allontanare un pensiero. La biblioteca era qualcosa di più di un pensiero, era uno di quei luoghi nei quali si originano momenti che poi, come fantasmi, tornano ad infestare quel posto, dove adesso mancavano un letto, quella cazzo di cassettiera con i cassetti difettosi e la cucina pagata così bene.

Ah, scusate, mi ero scordato di dirvi che mio padre, come custode, aveva un piccolo monolocale dentro la biblioteca, all’ultimo piano, accanto agli uffici e alla direzione. Eppure il pensiero che mi mette più tristezza è proprio quello di papà, anche se lo chiamo più spesso “babbo”. Quando ancora il babbo doveva aggiungere un letto in più, io dormivo su di un materassino, appoggiato sul pavimento del salotto. A tenermi compagnia c’erano solo una TV nuova di zecca e tutti i film contenuti nella biblioteca comunale. E poi quelle travi… il soffitto era un labirinto di mattoni maldisposti e travi di legno, ormai quasi marcio, ma non ho mai avuto problemi a dormirci sotto, anzi lo adoravo. Alle prime luci del mattino capitava che un fascio rosso entrasse dalla finestra della cucina ad illuminare dei particolari, che normalmente non notavi: la fastidiosa simmetria delle mattonelle, mio padre, intento a preparare un paio di drum, di tabacco secco come quell’estate, uno per lui e uno per me, e quel mobile, dal quale gli rubavo i preservativi e le prime camicie eleganti. Mi mancavano anche le feste, sì, ma più di ogni altra cosa le mattinate in solitudine, passate alla finestra della cucina, l’unica con una vista mozzafiato sul duomo, una sigaretta e “Everlong” dei “Foo Fighters” a creare l’atmosfera da scapolo di mezz’età. Quando mio padre disse che se ne sarebbe andato, lasciai una lettera al nuovo custode. Il problema è che un nuovo custode non arrivò mai. Quella casa divenne un magazzino, dove buttare i libri di troppo in attesa di essere disposti. Non ne so abbastanza per parlarne, ma penso succeda questo alle cose belle: te ne riempi, e lo fai finché puoi; poi scopri un giorno che dovrai lasciarle e ogni minuto extra che dedichi loro non riempie mai abbastanza come la sicurezza che quella cosa c’era e basta. Infine ti aggrappi con l’unghia del mignolo all’ultimo sprazzo di speranza e scrivi una lettera. Cosa speravo? Beh, magari il nuovo custode mi avrebbe invitato a pranzo e mi avrebbe detto che la mia lettera lo aveva commosso e che alla sua morte mi avrebbe lasciato in dono la casa e che ero il figlio che non aveva mai avuto… non ci sarà mai un custode.

“Com’è il cornetto?” mi chiese all’improvviso.

“Penso che alle cinque di mattina anche un bastone sarebbe buono… se poi te lo offrono… a proposito, tu giri spesso per il centro ad offrire cornetti ai passanti?” chiesi, scherzosamente ma cauto.

“Pff, nah… diciamo che mi diverto con ciò che trovo”.

Questo ultimo commento mi fece innervosire per un momento.

“Cosa fai fuori?” mi chiese.

Aveva un fascino particolare, quel fascino che non è tipico, quello che non ti puoi preparare. I colori dell’alba gli si addicevano alla perfezione, ed ogni volta che si accarezzava la testa, alzava una nube di piccoli granelli di polvere, castani chiarissimi, quasi rossi, come i suoi capelli. Non avevano un ordine, no, si limitavano a sedersi sulla sua cute nello stesso modo in cui lui stava appoggiato agli scalini della biblioteca: sembrava che ogni sua vertebra dovesse coincidere con uno spigolo degli scalini. Doloroso penserete, ma lui non lo dava a mostrare.

“Beh, abbiamo fatto una festicciola con degli amici e stavo tornando a casa, poi mi è passata la voglia.” dissi con una mezza risata nel finale, così, per sembrare interessante.

“Come mai?” mi chiese tirandosi il colletto del cappotto, nel tentativo di coprirsi gli zigomi dal vento. Avrei sempre voluto un cappotto come il suo.

Soffiai una nuvoletta di condensa per il gran freddo e risposi: “Di solito tornavo qui, non a casa… sai quando non senti più le cose belle?” buttai la sigaretta e me ne accesi un’altra “cioè, non intendo proprio non sentirle, sarebbe quasi inumano” diedi un tiro “dico solo che passano troppo velocemente, non hai tempo di stupirti. Prima magari eri in grado di trovare di che stupirti in un muro ben costruito, oppure in un mendicante che fa il giocoliere e nel suo sorriso che nasconde quasi un mistero, ‘Come diamine fa a sorridere!?’ dicevo sempre. Ora no. Ora se devo tornare a casa non è abbastanza elettrizzante; ma non lo era neanche la festa tranquillo, ormai ne ho viste un sacco. Questa casa lo era, elettrizzante; più di tutto però mi dava un posto solo mio, e di chi volessi: i Foo Figthers, io, e i miei amici ammassati ad una finestra, con i rimasugli della sbronza della sera prima”.

Mi guardò strano per un momento, per la precisione alzò un sopracciglio.

“Non ti piace il muro della biblioteca? È ben costruito.” disse.

“Solo i tedeschi in vacanza sono in grado di fermarsi a fotografarlo ormai. Dai, ci passo cinque volte al giorno di qua! Cosa dovrebbe cambiare di volta in volta?” risposi, dando l’ultimo tiro di sigaretta.

“Non so; la luce, l’odore, perfino tu” tirò fuori un cornetto al pistacchio chiuso in una busta dalla tasca del cappotto, quel bellissimo cappotto.

Diede un morso e masticò a lungo. Quando sentì il sapore della crema di pistacchio, mi fece cenno di non muovermi con una mano, per poi crollare in un’espressione di piacere.

“Ah… vedi? Sarà il centesimo cornetto al pistacchio che mangio, eppure ancora riesco ad attendere il ripieno come se non sapessi che si trova lì dentro, o che una cosa verde come il pistacchio possa avere questo sapore.” mi disse guardando il cielo davanti a noi, che nel frattempo si stava facendo sempre più arancio misto rosaceo.

“Quindi, cosa cambia? Una volta ne ero capace! Perché ora non lo sono più?”

Era una qualità, voglio dire tutto in lui lo era ai miei occhi, non solo questo. Alcuni lo danno per scontato, ma non lo è! Tutti dovrebbero sapersi godere un cornetto al pistacchio.

“Beh, cambi tu. Cioè, in dei momenti finisci per identificarti solo in una cosa: “La biblioteca” sembra il nome di un film, magari anche un bel film, ma non sei tu. Il problema è che, mentre quel castello che ti eri costruito sta crollando, tu non riesci ad andartene. Tutto il resto diventa però un po’ meno speciale e delle macerie non se n’è fatto mai niente nessuno. Quindi rimani con una casa che non vuoi, degli amici con cui non vuoi stare e feste a cui non vuoi andare, ma la biblioteca non torna, può solo distrarti”.

Attese un attimo, poi mi prese il pacchetto di “Winston” dalla tasca e si accese una sigaretta. Non lo fermai. Riprese: “Certo che ci siamo divertiti in biblioteca, eh? Il babbo ci lasciava fare ciò che volevamo. Era una casa dei divertimenti, per lui e per noi.” disse.

“Sì, hai ragione…” guardai i lacci sudici delle mie scarpe “era tutto ciò che ci rendeva noi, anche se ormai dovrei parlare per me. Forse il mio posto è qui, davanti a ciò che rimane dell’unica cosa che mi rendeva felice” dissi.

“Penso di sì. Ormai dobbiamo smettere di soffrirne. Troppo dolore rende indifferenti al bello e se tu vuoi restare qui puoi farlo; noi però dobbiamo andare adesso” rispose.

“Credi ancora che saremo “NOI”?” dissi alzando un po’ la voce.

“Siamo noi perché abbiamo perso la stessa cosa. La differenza è che una piccola parte deve restare a vegliare su ciò che non c’è più, altrimenti ce ne scordiamo. Quindi sì, siamo sempre noi.” rispose.

Guardò l’orologio:

“Uh! Si è fatto tardino, sarà meglio tornare…” diede l’ultimo morso al cornetto “buonanotte Luca”.

“Buonanotte Luca.” risposi, girandomi a guardare il portone della biblioteca.

Ore 5:20: un ragazzo con un bel cappotto e la carta di un cornetto si alzò dalle scale della biblioteca comunale. “Era solo” avrebbero detto molti. La verità è che solo lui sapeva dove era meglio lasciarmi, dove facevo bene ad entrambi. Forse incontrarmi gli aveva fatto bene, in fondo sono nostalgia per lo più. Però aveva fatto più bene a me scoprire che, fuori dalla biblioteca, c’era qualcuno che sapeva godersi un buon cornetto al pistacchio. Tutti dovrebbero sapersi godere un buon cornetto al pistacchio. Se non altro adesso posso rimanere qui, appoggiato alla finestra della cucina, l’unica con una vista mozzafiato sul duomo, una sigaretta, ed “Everlong” dei “Foo Fighters” a fare da sottofondo.

 

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA

MARCO ZAPPALÀ
Istituto Archè
Catania

Tra il verde e il grigio inverno

Ero li, in una fresca giornata di gennaio.
Vedevo da lontano la sua sagoma che con volto insicuro mi guardava e taceva.
Di rado le sue scure pupille, scivolavano in terra come una ruota gira e rigira rotolando su se stessa spinta da un tenero vento dubbioso. Le nostre braccia come fossimo uno il riflesso dell’altra si intrecciavano così facilmente, che il sole incoraggiante, di raggi ci vestiva.
I nostri giovani timidi occhi si scambiavano la luce come bambini che si passano la palla. Fresca e piacevole l’aria accarezzava le nostre pelli ansiose di essere sfiorate.
Pian piano l’ansia defluiva dal suo corpo, e si decomponeva in terra per fuggire da noi.

Noi che dell’amore puro stavamo conoscendone le gioie.

Poi tutto ad un tratto, come un esplosione di coriandoli che colorano le tenebre, un bacio così aspettato in quei lunghi minuti passati a giocare con parole semplici e spontanee, sprigionò in noi la libertà di sentirci noi stessi, ma insieme. Prima di all’ora, in cuor mio la paura di rivelare me stesso in tutto e per tutto, mi morsicava l’anima facendola a brandelli. Ma poi i nostri corpi cuoriosi, si unirono senza il bisogno di abbandonare i vestiti, e le carezze erano come scosse la cui energia riaccendeva i nostri cuori, e leggeri dimenticavamo ch’era inverno.

Dentro noi un calore magico, che scaldava con giovane amore questo fuoco ammutolito da anni. Adesso può parlare, può vantarsi di essere caldo abbastanza da sciogliere la malinconia che imprigionava le nostre idee.
La nostra mente adesso fiorisce libera, spinta dalla facoltà di essere finalmente come vogliamo, essere come siamo. Riscoprivamo in noi l’istinto, la lealtà, la paura di perderci, e il bisogno di ritrovarci. Credetemi stelle, che illuminate la notte come lucciole nel buio. Il mio cuore è consapevole che tutto ha una fine, ma non questo ricordo sigillato tra ossa e carne che solo io, oltre te, posso ricordare.