I vincitori del premio 2020

Poesia

Narrativa

PRIMO PREMIO POESIA

AURELIA ROBERTO
IISS Luigi Dell’Erba
Castellana Grotte (BA)

L’albero fantasma

Comunità verde
sconfinata

Catalogo
immutabile
di alberi
praterie
bellissime

Al centro dell’Eden
scenario mutilato
inaccettabile
ti stagli verso il cielo
cercando immeritato conforto

Lì speri
inneggiando alla vita
reclamando il tuo posto

Ma nessuno ti vede
solo e longevo
miserabile vita

Eppure miracolo

 

SECONDO PREMIO POESIA

FILIPPO PALMERO
ITT Guglielmo Marconi
Rovereto (TN)

Notte sull’acqua

Mi affaccio alla finestra,
vanno le stelle sopra uno specchio blu.
Due mondi.
Uno sciabordio nell’acqua,
bruisce l’aria.
Pesci d’argento rinascono.
È l’ora.
Si mesce il buio alla luce,
è l‘alba.

 

TERZO PREMIO POESIA

MELISSA DI SERIO
Immaginazione e Lavoro Piazza dei Mestieri
Torino

Illusioni al capolinea

Chiudo gli occhi e
mi ritrovo nell’oscurità.
Il silenzio mi avvolge,
una coltre fredda
i brividi sul corpo
mi mette paura.
Intorno a me è tutto nero
sembra di essere in un tunnel..
..infinito.
Cammino,
lasciandomi guidare dall’istinto,
un sapore amaro
un vento pesante mi avvolge..
Ma ecco
laggiù
un punto bianco mi fissa,
uno spiraglio di luce,
mi fermo,
lo fisso e
sorrido
la luce è lontana
sarò al capolinea delle mie illusioni?
Ma solo lei mi fa sperare
Uscirò da questo tunnel.

PRIMO PREMIO NARRATIVA

SAMANTA AMISANO
Immaginazione e Lavoro Piazza dei Mestieri
Torino

The secret of the broken world

Apro lentamente gli occhi. Mi trovo su un lettino, in una stanza abbastanza grossa, ma semivuota. Tutto intorno a me è di un colore azzurro-grigiastro, un tono che crea un’atmosfera un po’ ansiosa. Mi sento stordita, non so dove mi trovo e neanche ricordo il mio nome. Alla mia destra, a pochi metri, noto un carrellino con provette contenenti liquidi colorati, delle siringhe, delle pastiglie e altre cose che non riesco a riconoscere, la vista è ancora un po’ sfocata. Provo ad alzarmi, mi rendo conto di non riuscire a muovermi, sono come immobilizzata. Inizio a parlare senza volerlo, vorrei trattenermi, non ci riesco, dico tutto quello che mi passa per la testa, senza alcun controllo: << Ho un sogno che mi piacerebbe tanto realizzare ma, purtroppo, ho paura che, di questo passo, il Mondo crollerà prima che io faccia in tempo>>. Non so di quale sogno io stia parlando, tantomeno perché il Mondo dovrebbe crollare.
E poi continuo: << Avete presente quando gli adulti chiedono ai bambini che cosa vorrebbero fare da grandi? E, puntualmente, i bambini dicono felici cose come “Il pompiere”, “La ballerina”, “Il calciatore”, “La veterinaria” o tanti altri classicissimi lavori che rimbalzano nelle loro ingenue testoline, per poi rispondere allegramente, fantasticando sul loro futuro. Be’, io, invece, quando un adulto mi guarda sorridendo e mi pone quella domanda, proprio non riesco a restare calma. Devo davvero trattenermi, perché mi verrebbe da scoppiare a ridere e rispondere: “Oh, caro adulto, non so tu, ma io non lo trovo affatto simpatico! Ti sembra carino guardare un bambino e, come se niente fosse, fare quella domanda? Cioè, siete seri? Ce lo chiedete come se tutto andasse bene! Ammettetelo, lo fate apposta, vero? Prima ci distruggete il Pianeta, ce lo riducete in uno stato pietoso, lo trattate come se fosse insignificante e, cosa ancora più triste, non ci insegnate a rispettarlo, dobbiamo imparare da soli, e poi? Poi ci chiedete cosa vogliamo fare da grandi, come se avessimo tanta scelta! Caro mio, vuoi davvero sapere cosa farò da grande? Prima di pensare a che lavoro vorrò scegliere, dovrò pensare a come tenere in piedi il Mondo, per colpa tua!”.
A parlare mi fa leggermente male la gola; vorrei fermarmi, ma non ci riesco.
<< Innanzitutto, da grande, non sarò affatto come voi, che siete tutti così: “Per andare a lavoro prendo la macchina, neanche ci penso ai mezzi pubblici. Nel frattempo, magari, mi accendo una sigarettina, tanto quando ho finito di fumare la butto per terra. Poi, arrivo a lavoro, nel mio bell’ufficio caldo, perché ho acceso il riscaldamento al massimo. Dopo, nella pausa, mi mangio il panino che mi sono portato da casa e ho abbondantemente avvolto in carta da cucina, alluminio, e già che ci siamo, anche qualche strato di pellicola trasparente, che un po’ di plastica non fa male a nessuno. Credevi avessi finito, eh? Ma no, l’ho messo dentro un altro sacchetto di plastica, tanto, quando ho finito, appallottolo tutto e lo butto dalla finestra, non c’è nessuno che mi vede, non ho voglia di alzarmi e andarlo a buttare nel cestino. Però, quando, la sera, a casa, accendo la televisione e sento le notizie dei ghiacci che si sciolgono, le foreste che bruciano e gli animali che muoiono, non mi faccio mancare il commento riguardo ai poveri animaletti che mi fanno pena, la finta tristezza per gli alberi che vanno a fuoco e la battutina sui ghiacci per sdrammatizzare.” Infine vai a dormire, che domani ti aspetta una faticosa giornata, da beota, e devi essere pronto per ripartire carico e rifare le stesse identiche cose! Ecco come siete.>>
Non capisco, nemmeno riesco a dare un senso a quello che dico, non ricordo niente.
Ad un certo punto, una porta in fondo alla stanza, a cui non avevo fatto caso, si apre violentemente. Una donna con un lungo camice bianco entra scortata da due uomini seri, vestiti di nero con degli occhiali scuri che non permettono di incrociare i loro sguardi. Dopo essersi avvicinata, mi guarda per qualche secondo, e poi dice:
<<Allora, signorina, stiamo andando bene, ma queste parole non mi piacciono molto. Mi costringerai a farti un’iniezione di blu.>>
<<Una… che di cosa? Chi siete voi? Cosa mi state facendo? Dove sono e cosa ci faccio qui? Chi sono io?>> dico provando inutilmente a muovermi.
<<Chi siamo non te lo posso dire, è bene che non si sappia. Tu sei Chantal, hai 16 anni e una forte voglia di cambiare il Mondo, ma sei troppo intelligente perché pensi con la tua testa e non segui la massa. E alla società questo non piace: ti vedono come un pericolo. Quindi, ti hanno portata qui, in questa struttura sconosciuta al resto della popolazione, tenuta nascosta dal Governo. Qui testiamo i nostri “liquidi colorati”. Una volta accertato che funzionino, daremo inizio alla Terza guerra mondiale. Creeremo in laboratorio un virus geneticamente modificato, lasceremo che si diffonda portando con sé il panico tra le persone; a questo punto, verrà esposta una cura: un vaccino, contenente, all’insaputa di tutti, uno di questi liquidi. Quello che a noi interessa è il viola: abbassa la capacità di pensare e ragionare, trasformando il popolo in un esercito di marionette pronte ad eseguire tutto ciò che viene detto loro. Su di te abbiamo appena provato il verde, che ha l’effetto contrario: fa girare al massimo gli ingranaggi dentro quella fantastica testolina, facendoti dire tutto quello che pensi. La vedi quella telecamera lì in alto? Grazie a quella sei costantemente monitorata, così possiamo vedere se i test che ti stiamo somministrando funzionano. Sarai la prima cavia per il viola, come Laika per lo spazio.>>
Faccio nuovamente un inutile tentativo di muovermi. Gli effetti del liquido che mi avevano iniettato stanno svanendo e lentamente torno a pensare lucidamente, così sono in grado di riflettere sul da farsi. Guardo la donna, che apparentemente sembra un’infermiera, ma credo più probabilmente una scienziata, e decido di non dire nulla, per evitare di esprimermi in modo sbagliato e mettermi in una cattiva posizione. Meglio tacere e cercare di capire cosa stia succedendo e come procedere. Mi accorgo, nonostante tutto, di non essere legata. Dunque, ipotizzo che a tenermi ferma siano attrezzature che sfruttano forze magnetiche, e da questo deduco che nella struttura abbiano una strumentazione avanzata. Ciò significa che non ce la posso fare da sola, ho bisogno di aiuto.
Noto, intanto, che una delle due guardie, nell’ascoltare la donna parlare, tiene la testa bassa. Credo sia un soggetto debole, più di quanto voglia far vedere. Scelgo di fare un tentativo.
<<Va bene, ho capito che tanto non posso scamparla, fatemi quello che dovete, voglio soltanto uscire di qui il prima possibile.>> dico, sperando che il piano che la mia testa sta elaborando funzioni.
<<Sì, ragazzina, così ci piaci! >>, risponde lei.
<<Ma in cambio, voglio un favore: della semplice compagnia. Lui, lui va benissimo>>, aggiungo indicando con lo sguardo la guardia che aveva precedentemente attirato la mia attenzione.
<<Okay, penso sia una cosa che si possa fare. Affare fatto!>> conclude.
Poi, si gira ed esce dalla stanza, facendo cenno con la testa di seguirla, rivolta all’altro omone. Rimango sola col manipolabile uomo in nero: è ora di dare inizio al piano! Comincio a parlare del più e del meno per fargli prendere confidenza e intanto capire che tipo sia. Quando si toglie gli occhiali, vedo che ha uno sguardo spento: è triste e quindi più facile da convincere. Un punto a mio vantaggio! Quando penso di avercelo quasi in pugno, introduco l’argomento e, al momento giusto, chiedo: <<Tu non ci vuoi stare qui, vero? Vorresti essere a casa con la tua famiglia, ma non puoi.>>
<<No, no, no! Sono qua per mia scelta e mi piace!>>
<<Menti!>>
<<No!>>
<<Guardi in alto a destra mentre parli: l’emisfero destro del cervello è quello responsabile della creatività e dell’immaginazione. Involontariamente, quando inventi, porti lo sguardo verso quel lato. Ciò significa che menti.>>
Arreso, si alza, si avvicina alla telecamera che ci sta osservando e, senza dire niente, la spegne. Dopo di che, torna sulla sedia accanto a me sulla quale era seduto e, dopo aver ammesso che ho ragione, inizia a spiegarmi che lo Stato ha un po’ di “strani giri segreti” e che lui, come molti di quelli che lavorano in questa struttura, ne è in balia.
Il mio piano sta funzionando e Alan, questo è il suo nome, sembra essere sempre più dalla mia parte …
… Sono sempre io, Chantal, ma ora ho 44 anni. Sono passati ben 28 anni dall’ultima volta che vi ho parlato di me e del mio Mondo. Sono fiera di dirvi che, adesso, questo è un Mondo nuovo. Ci siamo lasciati in maniera un po’ inaspettata, è vero, ma è una storia lunga e non avevo molto tempo per raccontarvela. Tranquilli, ora vi spiego tutto.
Alla fine, sono riuscita a convincere Alan ad aiutarmi a scappare da lì: ci sono state varie scene da film d’azione che non credevo potessero finire bene nella realtà, eppure ce l’abbiamo fatta. Ho vissuto per qualche anno senza una fissa dimora, scappando e nascondendomi dalla polizia e dai servizi segreti e, non chiedetemi come, ma anche questa volta sono sopravvissuta e anche Alan, ora, ha una vita normale.
Ahi ahi, cosa non mi è toccato fare per salvare il Mondo! In conclusione, ci è voluto molto, ma ora ci sono multe salate per chi non rispetta l’ambiente, la nuova generazione è educata, e soprattutto intelligente, capace di pensare da sé e ragionare. Lo Stato non è più in grado di influire in modo pesante sui cittadini, di manipolarli e di usarli secondo i suoi comodi. Siamo riusciti a raggiungere un equilibrio secondo il quale tutto non gira più intorno ai soldi, ma all’amore e al rispetto per il prossimo, e quindi per il Pianeta e le generazione che lo abiteranno in futuro. Non ci sono più ricchi e poveri, adesso siamo tutti uguali. Secondo una nuova regola, ogni anno, per almeno un mese, tutto si ferma e l’economia è gestita in modo che questo non le provochi danni. Come mai? Be’, vediamolo come un “letargo”, atto a lasciar respirare il Pianeta, e noi. Per un po’, tutto si mette in pausa. Questo momento ci serve per insegnarci e ricordarci diverse cose. Ad esempio, a passare dei momenti con la nostra famiglia e con le persone che amiamo, per avere tempo per riflettere, ragionare e riposare, per poi ripartire carichi più di prima, consapevoli di quello che possediamo e che, di solito, diamo per scontato. Soprattutto, pronti a costruire un futuro, sempre più perfetto.

 

SECONDO PREMIO NARRATIVA

MARCO DI GEMMA
ITI Meccanica Torricelli
Milano

La speranza delle parole

Oggi noi tutti stiamo vivendo un momento di crisi sociale ed istituzionale, dove il distanziamento porta ad allontanarci dagli altri, fino a monopolizzare le nostre giornate.
La cosa che però non tutti possono comprendere, è che molti di noi devono affrontare situazioni più difficili di altri e ognuno ha un suo modo di manifestare le proprie emozioni. Oggi vorrei raccontarvi la storia di un ragazzo qualunque, che esprime in maniera artistica, letterale e malinconica il suo groviglio di emozioni.
Il ragazzo si chiama Gianluca, ha 15 anni e ama la letteratura, l’arte e la musica.
Gianluca è un ragazzo alto, atletico, sempre con la testa tra nuvole e un grande tifoso di calcio, in parole povere un ragazzo uguale a tanti altri della sua età. Come molti ragazzi della sua età si trova costretto, in questo periodo di emergenza sanitaria, a trascorrere le giornate rinchiuso nella sua camera senza poter uscire ad incontrare i suoi amici, ma questo ora come ora non era il suo pensiero principale.
In questo momento sua madre stava combattendo tra la vita e la morte, contro un essere invisibile che ormai oscurava completamente la sua luce portandola con sé nelle tenebre. Gianluca trascorreva le sue giornate nella speranza di una chiamata, ma alla speranza si alternava anche il terrore per la stessa. Ormai non pensava ad altro che a sua madre, ai suoi abbracci, alle sue tenere coccole e ai suoi baci che prima riteneva superflui ora invece come beni essenziali;
era arrivato ad un punto di non ritorno e l’unica cosa che lo reggeva, come un filo sottile, era la speranza che lui trasformava in lettere.
Queste lettere erano dedicate a una figura legata al mitico, all’utopico come era legata alla realtà, sto parlando di colei che è tanto temuta la MORTE.
Stringeva con lei accordi, il cui unico soggetto era sua madre, sperando che lo ascoltasse e che la lasciasse stare proponendosi lui stesso come merce di scambio, le scriveva anche lodi e canti per elogiare la sua potenza e poter così salvare sua madre. L’ultima lode che le scrisse aveva il titolo:
AL COSPETTO DELLA MANIFESTAZIONE DELLA TUA GRANDIOSITA’
“È ora che sono al tuo cospetto
Che penso
Che un respiro valga più di tutti i denari,
Anche dei 30 del peccator primordiale
Si parlo di lei.
La cui figura maestosa
Mai la mia vista ebbe conosciuto,
Essa maestosa col suo velo
nero come la notte,
Che copre le sue pieghe
Manifestazione del suo tempo terreno.
Con il suo scettro
Più temuto di quello di un re,
Che ha mietuto e miete
Più anime di 1000 pistole,
sì a te e solo a te
Io mi riferisco
Tu che hai un nome, una garanzia;
Maestosa e onnipresente:
Morte.”
Più lui scriveva, più pensava che sua madre potesse essere risparmiata, e quelle lettere diventavano una speranza tangibile. Ma come a volte succede, la speranza non sempre vince su tutto, così arrivò il temuto giorno accompagnato dai pianti e dalle urla di dolore. Quello fu il giorno in cui Gianluca perse ciò che tanto amava, e con lei se ne andò anche una parte di sé.
Cominciò ad isolarsi dal mondo scrivendo lettere di odio e di rabbia, verso colei che gliel’ha aveva strappata via.
Scrisse e scrisse per giorni, mentre suo padre distrutto cominciò a bere per dimenticare il dolore della perdita della sua anima gemella, e questo lo allontanava sempre di più da chi era ancora lì accanto a lui.
Arrivò però un giorno in cui la rabbia si trasformò in puro dolore, dove tutte le cose che lo circondavano si trasformavano in dolci ricordi della madre, del suo sorriso e dei loro momenti trascorsi insieme.
Gianluca pensò che non poteva esserci più un futuro senza di lei, senza la sua voce che lo cullava nel sonno, sembrava di essere sull’orlo di un burrone di angoscia e dolore, le lacrime gli rigavano la pelle ormai segnata dalla sofferenza.
Non rispondeva più a nessuno dei suoi amici, che gli chiedevano come stesse sapendo della morte della madre.
Così un paio di loro vollero aiutarlo ma non sapevano cosa fare perché Gianluca era indisposto a tutto ciò che dicevano o facevano. Oramai non frequentava più neanche le video lezioni, così da preoccupare ancor di più i suoi amici che allora chiesero aiuto agli insegnanti che indicarono uno psicologo molto bravo per il loro amico.
Gianluca però non voleva il loro aiuto, voleva solo stare con i suoi ricordi che lo distruggevano dall’interno.
Un giorno arrivò a pensare al suicidio, come un modo per raggiungerla, così aprì la finestra e con in mente di volare libero come un uccello dai suoi pensieri e tornare da lei.
Cominciò a camminare verso di essa, quando in lui riaffiorò un briciolo di lucidità, facendogli capire a cosa stava rinunciando e come sua madre non avrebbe mai voluto che lo facesse.
Chiuse la finestra e con le parole della madre in testa, si inginocchiò per poi accasciarsi a terra, piangendo e urlando di disperazione. Dopo questo episodio, Gianluca si rese conto di aver bisogno di aiuto, così accettò l’offerta degli insegnanti. Andò a trovare lo psicologo per la sua prima visita; entrando si accorse di essere circondato da tanti manifesti appesi alle pareti riportanti brani della letteratura francese, la sua preferita per i valori che gli trasmettevano.
La stanza dello psicologo era circolare con una singolare sedia piegata al centro, tutto intorno vi erano librerie e quadri insieme anche al suo attestato di laurea, con un’antica scrivania di lato e sopra una vecchia macchina da scrivere. Nel vedere tutto questo, per un attimo gli occhi di Gianluca si riempirono di gioia, per poi ritornare a pensare alla sua mamma.
Lo psicologo si presentò, il suo nome era Virgilio, come il poeta-guida che accompagnò Dante nella Divina Commedia che Gianluca tante volte aveva letto e riletto.
Lo psicologo fece accomodare Gianluca sulla sedia, con un grande sorriso stampato in faccia, il quale quasi non faceva notare il grande brufolo sul suo naso a patata.
Virgilio iniziò la sua seduta chiedendogli per quale motivo un bel ragazzo come lui avesse bisogno di uno psicologo, così Gianluca cominciò a raccontargli la sua storia. Cominciò a parlare della malattia della madre, di come scrivesse lettere verso la morte per esorcizzarla, del suo dolore e della sua angoscia che lo accompagnavano sempre, fino all’episodio del tentato suicidio. Lo psicologo ascoltò la storia di Gianluca con vivo interesse. Alla fine del racconto gli chiese come stesse ora e cosa l’avesse spinto a non suicidarsi.
Con un nodo alla gola, rivelò che è stato il pensiero della madre e di quello che avrebbe potuto pensare a farlo desistere; ormai Gianluca non riusciva più a nominarla, perché ogni volta che lo faceva le sue lacrime diventavano cascate incontrollabili di dolore.
Si concluse così la prima seduta con Virgilio che rimase pensieroso, con le mani incrociate sul mento, seduto sulla quella sua vecchia poltrona testimone silenziosa di tante storie.
La settimana seguente, nonostante tutti gli sforzi di Virgilio, Gianluca non parlò.
Non voleva parlare, voleva stare da solo con i suoi pensieri, così fece trascorrere l’ora in silenzio come anche la seguente e la seguente ancora. Virgilio non si dette per vinto, in quanto riconosceva in lui qualità in cui ci si riconosceva e non voleva fossero sprecate e abbandonate al tempo. Virgilio gli chiese di portargli le lettere che aveva scritto, e al loro successivo incontro Gianluca gliele portò e osservò con curiosità la faccia che faceva lo psicologo leggendole.
A quella faccia mista di sorpresa e di rabbia con due sopra ciglioni incollati, Gianluca chiese cosa stesse pensando.
A quella domanda Virgilio gli rispose con un racconto: “C’era una grande famiglia, composta da un padre e tre fratelli.
Il padre era un uomo intelligente ed atletico, un modello di aspirazione per i tre fratelli.
Il primo fratello, il maggiore, era coraggioso e atletico come il padre, vinse numerose gare di atletica diventando una stella nascente della corsa. Il secondo fratello, era molto intelligente e furbo come il padre, era considerato il nuovo Einstein dei loro giorni dopo aver vinto tante gare internazionali in campo scientifico.
Il terzo fratello, il minore, non era atletico né intelligente come i suoi fratelli e non rispecchiava nessuna qualità del padre, dicevano tutti che era la pecora nera della famiglia.
Un giorno il padre morì improvvisamente colpito da infarto.
Da quel giorno, il primo dei fratelli cominciò a piangere, mangiare a dismisura e a fumare per rilassarsi, distruggendo la stella nascente della corsa; il secondo, considerato tanto intelligente, cominciò a bere ed assumere sostanze per dimenticare, distruggendo il proprio cervello e il suo sogno di diventare un grande scienziato che avrebbe cambiato il
mondo.
Quello stesso giorno, anche il terzo dei fratelli pianse e si disperò, sfogando le sue emozioni su una tela dipingendo suo padre, un vecchio anziano, in ogni dettaglio dai suoi capelli grigi come la nebbia agli occhi azzurri come il cielo.
Nei giorni seguenti le persone non riconoscevano più la famiglia prodigio, sorprendendosi invece del quadro del terzo fratello cosi meraviglioso da essere notato da un collezionista, che lo prese sotto la sua ala protettiva per farlo diventare un grande artista”.
Gianluca non capiva il messaggio del racconto di Virgilio e gli chiese quale attinenza avesse con lui. Virgilio non rispose alla domanda ma gli assegnò un compito, quello di scrivere un qualsiasi testo che rappresentasse la madre e cosa si sarebbero potuto dire.
Gianluca, con gli occhi lucidi, rispose che glielo avrebbe portato per la seguente seduta.
Rimase giorni interi con un foglio bianco davanti, non sapendo cosa dirle o  come doverla descrivere. Un giorno guardando fuori dalla finestra, vide i fiori che pochi mesi prima aveva raccolto insieme a sua madre, da lì iniziò a scrivere pensando ai suoi ricordi con lei.

titolo: A te mamma

Pensare a te mamma
mi fa provare dolore,
che mi oltrepassa il cuore;
Non riesco più a ricordare bene
Il tuo sorriso nelle mattine estive
O la tua voce soave che mi cullava nel sonno,
Dove ora il dolore gli fa da sfondo
Ora ricordo in modo chiaro,
solo ciò che è stato
E non ciò che eri per me,
Meravigliosa e splendente
Con quei capelli lunghi e neri come la notte
Con due grandi occhi luminosi come stelle nel firmamento;
Leggiadra, stupenda, intelligente, simpatica
Semplicemente te mamma.
Spero solo che tu non sia delusa di me
Per ciò che ho fatto
O potevo fare.
So che tu mi avresti risposto
Con qualche frase motivazionale
Per farmi stare bene con me stesso
Oppure qualcosa di ancestrale,
Che non avrei capito
Ma avrei applaudito.
Ora si che mi rendo conto
Che la tua anima
Sarà per sempre con me,
Perché l’amore è immortale
Non vi sono limiti ad esso,
Il tempo e lo spazio non possono fermarlo
E neanche cambiarlo,
Penso solo ora che la vita
Serva solo per colmarlo
Ed è quella la meta più ambita.
Adesso ti saluto,
Ma non sarà per sempre,
So che un giorno ci rincontreremo
E ci riabbracceremo.
Per ora ti dico,
Una è una sola cosa,
Che ti voglio bene
e che sarai nel mio cuore sempre e per sempre
Mamma.”

Scrivendo questo testo Gianluca riuscì a liberarsi del dolore che provava, riuscì a capire che la vita non finiva con la morte, ma bensì cominciava un altro percorso anche se diverso. Mentre entrava nello studio di Virgilio, vide un grande quadro appeso che raffigurava un uomo anziano, con colori talmente vivi che sembrava che i colori uscissero dalla tela.
A quel punto riuscì finalmente a capire il racconto di Virgilio, capì che lui rappresentava il terzo fratello, non il primo o il secondo che si disperavano, visto che era riuscito a superare il dolore per la morte della madre ma adesso aveva anche una grande domanda.
Con una nuova luce negli occhi entrò nella stanza di Virgilio, porgendogli il testo che aveva scritto con un grande sorriso, Virgilio prese il testo e cominciò a leggerlo ricambiando il sorriso.
Dopo aver letto il testo si congratulò con Gianluca.
Gli riferì che aveva mostrato alcune delle sue lettere ad un suo amico professore che aveva molto apprezzato e chiedeva se il ragazzo le volesse pubblicare.
Gianluca con un grande sobbalzo al cuore per l’emozione si alzò e corse ad abbracciare Virgilio, rispondendo tante volte si! si! si!. Le sorprese per Gianluca non erano finite, Virgilio aveva convocato suo padre per riappacificarli.
Il padre aveva smesso di bere, si era accorto del dolore del figlio e così volle riavvicinarsi a lui, gli promise che non lo avrebbe mai più lasciato da solo e a queste parole i due si abbracciarono senza proferire altre parole.
Non c’era bisogno.
Mentre Gianluca insieme a suo padre stava per uscire, si ricordò della domanda che voleva porre a Virgilio.
Gli chiese del quadro appeso nell’anticamera e chi fosse quell’anziano raffigurato e se la storia dei fratelli fosse vera, anche se ora tutto gli era più chiaro.
Virgilio, con un gran sorriso, gli confermò il suo intuito. Gli confessò che da giovane gli piaceva la pittura e in particolare disegnare ritratti, poi l’incontro con una bellissima ragazza, diventata sua moglie, dette una svolta alla sua vita…. per amore si fa di tutto. Così alla fine lo psicologo Virgilio come il grande poeta, che guidò Dante fuori dall’Inferno, guidò Gianluca fuori dal vortice del dolore che lo stava distruggendo verso un futuro migliore.
Gianluca cominciò a scrivere la sua storia, dando voce a tutte quelle che non l’avevano; fino a diventare …

Ma questa è un’altra storia.

 

TERZO PREMIO NARRATIVA

DENISE CRUPANO
Immaginazione e Lavoro Piazza dei Mestieri
Torino

Il treno dei ricordi

Non riesco a prendere sonno, succede spesso in questi mesi di isolamento in casa a causa dell’epidemia, mi giro e rigiro nel letto fino a quando decido che è inutile provarci e mi alzo, raggiungo la cucina convinta che bere qualcosa possa aiutarmi ad addormentarmi e sulla sedia vedo mio padre, “Che ci fai qua pa?” In realtà non ho bisogno di una sua risposta, mi siedo vicino a lui e appoggio la testa sulla sua spalla, sappiamo entrambi a cosa stiamo pensando.
Sulla strada nessuno passa, fuori è buio ma io non riesco a chiudere gli occhi, in questo momento pieno di drammatica tranquillità e di rumoroso silenzio, la mia testa non può che non viaggiare. Prende un treno diretto al passato, esattamente al primo agosto 2019.. ricordo che era sera, erano appena scoccate le nove e in casa c’era molta tensione e paura. Non ricordo bene da dove tutto sia cominciato. Ricordo le urla e l’immensa paura di chi sa che da un momento all’altro succederà l’inimmaginabile. Ricordo io e mio fratello in mezzo ai nostri genitori, cercavamo di farli ragionare e di tranquillizzarli ma più li allontanavi più si avvicinavano, ricordo un “Fatti le valige e vattene”, ricordo le valige pronte, la porta sbattere e la figura di mia mamma allontanarsi sempre di più. Ricordo gli occhi pieni di rabbia di mio padre, la sua delusione e la paura di non riuscire a stare senza di lei. Ricordo i giorni seguenti passati a piangere e a farmi forza da sola, mio padre stava troppo male per addossargli anche il mio dolore, ricordo che da un giorno all’altro mi sono trovata a prendere il mondo in mano e a cercar di farlo funzionare perfettamente come quando sei in bilico su una fune e cerchi disperatamente di non cadere. Ricordo lo stomaco chiuso e le parole di mio padre “Denise stai perdendo peso”, ma d’altronde chi sarebbe riuscito a mangiare in una situazione simile? Ricordo le lunghe passeggiate in solitudine con i miei cani perché più si stava fuori da quella casa e più si stava meglio,
ricordo le tante litigate con mio fratello perché in casa non collaborava, ricordo gli assistenti sociali chiedermi “Come stai?” e scoppiare in lacrime, ricordo il dolore e la tristezza che mi accompagnava ogni giorno. Ricordo la decisione di mia mamma di scegliere di rifarsi una vita senza me e mio fratello, ricordo la rabbia che provavo verso di lei, ricordo le mille domande che mi facevo a cui nessuno riusciva a dare una risposta, ricordo che per lo stress avevo delle allucinazioni, ricordo la paura di non riuscire a rialzarmi.
Ricordo i giorni seguenti come un incubo. Ricordo che il 15 agosto dissi a mio papà:” Pa io ho bisogno di staccare la spina, non ce la faccio più” e due giorni dopo mi sono ritrovata su un pullman diretto a Roma, nove ore di viaggio in completa solitudine con me stessa. Ho trascorso tre settimane a Roma con i miei zii, avevo alti e bassi ma finalmente dopo pochi giorni mi sono risentita la ragazzina di sedici anni che ero e che si era persa per strada.
Da Roma sono partita con la consapevolezza che qualsiasi cosa fosse successa, non sarei rimasta sola, cosa che in quel periodo attraversava la mia testa continuamente, come quando ti iniettano un farmaco endovena, circola e ricircola per tutto il corpo. La paura di rimanere sola per una scelta sbagliata. In realtà sapevo di non essere sola, avevo mio padre, i miei amici e i miei parenti , ma la sensazione di solitudine e l’idea che gli altri non riuscissero a capirmi era costante. Ricordo che quando tornai ero più tranquilla e serena, ho ricominciato ad andare a scuola, ho rivisto i miei amici e vedevo uno spiraglio di luce. Questo significava che il tunnel buio che ero stata costretta ad attraversare stava per finire. L’8 di novembre ho partecipato ad un concorso di cucina nella mia scuola, per me quell’esperienza ha significato tanto, mi ha fatto crescere e mi ha dato la forza per continuare ad andare avanti anche se non sono arrivata prima. In quel periodo è arrivata anche un’altra bella notizia, la mia scuola aveva scelto me e altri ragazzi per partecipare ad un concorso in Francia, dal 14 al 17 novembre. Abbiamo trascorso quattro giorni a Lille, avevo davvero bisogno di evadere per un po’ dalla mia quotidianità e quella è stata l’occasione giusta. Siamo ritornati domenica sul tardi pomeriggio, ero contenta di rivedere la mia famiglia ed ero soddisfatta per il concorso, ma, non tutto è andato per il verso giusto. Penso che ricorderò sempre quel momento, sulle scale mobili, le parole di mio padre “Guarda che Sam non sta bene, probabilmente non c’è molto da fare” mi sono immobilizzata e non riuscivo più a pensare ad altro. In macchina, sulla strada di ritorno, guardavo fuori e piano piano le lacrime attraversavano il mio viso, sentivo di non riuscire
bene a respirare, chiudevo gli occhi e speravo che fosse tutto un incubo. Tornati a casa, ho visto il mio cane e ho cercato di realizzare ma non riuscivo a pensare, non riuscivo a parlare, non riuscivo a fare nulla. Ricordo che dissi a mio padre di chiamare il veterinario, che Sam non stava bene e che io non ce la facevo a vederlo soffrire. Ricordo le ultime parole che gli sussurai, le mie gambe che tremavano e in fondo alla strada vedevo un altro tunnel buio, l’inizio di un altro incubo e la paura di non farcela ma questa volta per davvero. I giorni seguenti sono stati terribili, non sono andata a scuola e passavo le notti a piangere e mio papà per tranquillizzarmi mi preparava le camomille ma servivano ben poco. Volevo mollare tutto, volevo che tutti mi lasciassero vivere il mio dolore. Anche se volevo stare sola, i miei amici non mi hanno lasciata mai in completa solitudine, mi hanno aiutata ad affrontare il mio incubo e mi hanno dato la forza di rialzarmi. Con tanta difficoltà sono riuscita di nuovo ad uscire da un altro tunnel, uno dei tanti che la vita ti spinge ad attraversare, certo non si dimentica, le cicatrici rimangono, ma cambia il modo di ricordarli. Il treno tutto d’un tratto si è fermato, siamo giunti al capolinea, il viaggio è stato lungo ma io adesso prendo un altro treno diretto alla rinascita, con la sicurezza di esser maturata, di esser cambiata e di essere una Denise più forte. I ricordi erano vivi, sono vivi, ma quando ci penso, anche se sento ancora l’amarezza che mi pervade, non scendono più lacrime. Sono due mesi che siamo in casa a causa dell’epidemia del corona virus, credevo che sarebbe stato terribile e angosciante, invece stare in casa con mio padre e mio fratello è stato illuminante, abbiamo imparato a conoscerci sempre meglio, abbiamo scherzato, abbiamo parlato, abbiamo capito che stavamo ricominciando, non cerco più un perché al comportamento di mia madre, guardo avanti al futuro, anche tutto quello che succede fuori sarà da superare, ma saremo insieme, tutti insieme a ricostruire e a cambiare quello che abbiamo sbagliato ,un ritorno alla normalità, non la normalità di prima dove davamo per scontato tutto, ma una vita dove daremo peso alle piccole cose che prima abbiamo trascurato.