I vincitori del premio 2021

Poesia

Narrativa

PRIMO PREMIO POESIA

KAREN CRISTINA OLIVEIRA MORETTI
ITES Luigi Einaudi
Verona

Per me medesima

Ancora stordita rinvengo – dalle tenebre –
Lenta ripresa di coscienza – della mia mente –
A compimento giunge la pausa concessa.

Rammento il fruscio delle catene
Che a lungo mi han tenuta imprigionata
E sento lo sfarfallio dei pensieri
Che come lucciole infuocate illuminano la stanza.

Nei riflessi dello specchio fatto a pezzi
Vedo risanato il cuore, sgualcito ma ricucito.

Nell’ombra si nasconde, in attesa di una ricaduta,
Tutto ciò che di negativo si possa considerare.

Ma stavolta con occhi nuovi mi sono risvegliata.

 

SECONDO PREMIO POESIA

LAVINIA CIOFU
Istituto Prof. Alberghiero Safi Elis
Roma

Un bacio

Sfuggente, come il vento
Tagliente, come energia pura
Freddo, come ghiaccio
Un Bacio.

Fiamme contro le labbra Sue
Passionale, come musica
Leggero, come nuvole
Un Bacio.

Mi rapì, mi travolse, mi promise e mi distrusse Gli chiesi e mi diede
Mi chiese e gli diedi
Un Bacio.

Una Poesia non detta
Un’Opera incompresa
Un fuoco che esplode in artificio
Un bacio.

Una richiesta per l’Anima
Una domanda per la Mente
Una risposta per il Cuore
Un bacio.

 

TERZO PREMIO POESIA

MIRIAM BENVENUTO
Immaginazione e Lavoro Piazza dei Mestieri
Torino

La tela e la realtà

E la matita continuava a danzare senza fermarsi
le linee insignificanti che creava
pian piano si trasformavano in nuvole bianche come il latte
colline verdi e erba decorata con fiori di vario genere…
Questo quadro era la definizione di pace e tranquillità
dalla tela potevi percepire gli odori che si provavano in quel paesaggio
un forte profumo di lavanda e l’odore dell’erba appena tagliata.
Questo paesaggio era il mio preferito
ci andavo quando volevo
bastava chiudere gli occhi e in un’istante ci si trovava lì.
Spesso mi sedevo sotto a una grande quercia e udivo il cinguettio dei passerotti sembravano una melodia che trasmetteva ancor più tranquillità
passavano i minuti, ore e giorni perché lì il tempo non esisteva
mentre tutto andava avanti là, il tempo si interrompeva
così di malumore, mi alzai e aprii gli occhi
per ritornare alla realtà.

PRIMO PREMIO NARRATIVA

PAOLO BARGNA
IIS Maxwell
Milano

Per aspera ad astra

Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra per occultare il vuoto della stanza.” TENZIN GYATSO

Erano passate già tre ore dall’inizio dell’acquazzone, e non c’era segno di pause imminenti. Laura, sdraiata supina nel letto, nuda, guardava Robert a pochi metri di distanza da lei, occupato ad armeggiare ferocemente con il telefono. Lui non aveva fatto in tempo a mettere piede in casa che uno scroscio torrenziale aveva invaso Tom’s Avenue, divorando anche solo il pensiero di uscire a fare una passeggiata. Dopo appena venti minuti, la strada già era invalicabile e completamente allagata, ma adesso sembrava proprio di stare su una palafitta eretta in mezzo ad una palude. Il temporale aveva distrutto la torre radio della cittadina – Old Wire contava poco più di 3000 abitanti e una sola torre era più che sufficiente -, lasciando i suoi cittadini con un cellulare la cui utilità era ormai pari a quella di un fermacarte: era impossibile effettuare chiamate, accedere ai social network e pure internet non riusciva a caricare nessuna ricerca fatta dagli utenti. Old Wire completamente tagliati fuori dal mondo. Era capitato per caso che proprio quel week-end Robert dovesse andare a dormire da Laura. I genitori di lei erano andati a campeggiare con vecchi amici del liceo – un qualcosa che poteva assomigliare quasi ad una rimpatriata – ed avevano deciso di rimanere fuori fino al pomeriggio della domenica. Con la prospettiva di poter contare su una casa completamente a sua disposizione, Laura aveva subito provveduto ad organizzare un week-end come si deve. Aveva chiesto consiglio alle sue amiche – doveva eseguire ogni ordine a bacchetta, essendo nuova nella comitiva e non sapendo ancora esattamente come funzionavano le cose -: innanzitutto doveva far arrivare e far andare via “il suo Robert” in una fascia oraria sicura; così Laura aveva aspettato che i suoi le mandassero la fatidica foto del noi  siamo  arrivati,  qui  tutto  bene, baci. Secondariamente doveva assolutamente evitare le conversazioni con qualsiasi altro essere di sesso maschile, per dedicare la sua completa attenzione a Robert; il resto del week-end sarebbe poi dovuto essere lasciato al caso, a seconda di come si fossero messe le cose. Fondamentale: avrebbero dovuto fare tanto sesso. «Niente preservativi, sono passati di moda oramai, non servono più a niente da quando hanno inventato la pillola del giorno dopo», le avevano detto le prime volte che l’aveva fatto con Robert. A Laura non era piaciuto questo modo leggero di porsi nei confronti del sesso, ma non avendo mai consumato un rapporto, si era fidata. A dire la verità, non era neanche stata molto sicura durante la sua prima volta, sentiva di non essere ancora pronta, ma le sue amiche avevano insistito così tanto che alla fine aveva ceduto, mettendo anche una fotografia nelle stories di Instagram mentre baciava Robert, con la scritta TI AMO, un cuoricino e Ed Sheeran come sottofondo. Era stata l’unica volta in cui lei aveva scritto – ma non detto – una cosa simile.

E adesso era lì sdraiata, senza la possibilità di sapere se ciò che stava facendo fosse giusto o sbagliato. L’avevano già fatto due volte da quando era arrivato, ma qualcosa le diceva che non erano abbastanza. Girò la testa di novanta gradi.
«Come va lì?»
Robert sbuffò e lanciò il telefono sul parquet.
«Ancora niente. Siamo decisamente tagliati fuori da qualsiasi connessione.»

Laura tornò a guardare il soffitto. Aspettò qualche secondo, poi si alzò e si vestì normalmente. Una maglietta grigia a tinta unita, una felpa rossa con la cerniera e dei pantaloni neri. Si infilò poi le pantofole e si sedette nella piccola porzione di moquette ai piedi del suo letto. Sentiva dentro di sé lo scorrere del tempo, come un grande orologio da taschino che scandisce i secondi. Tre ore senza contatti con le sue amiche. E se davvero stessi sbagliando tutto?, si chiese mordicchiandosi il labbro. Fece muovere le dita in sequenza sul pavimento, creando un ritmo sincopato e poco uniforme. Recuperò il telefono dal comodino e controllò da sola. Magari era solo quello di Robert a non funzionare. Superò l’home page e si accorse che il problema era generale. Lasciò cadere il cellulare sul materasso.

«Vuoi fare qualcosa?» chiese Robert. Lei si strinse nelle spalle.
«Un gioco da tavolo?» insistette. Lei scosse la testa.
«Vuoi vedere un film?»
«Rob, ne abbiamo già visto uno.»
Lui annuì. Mentre le elencava tutta quella serie di attività, faceva ondulare il piede su e giù e, lungo la fronte, una serie di goccioline stavano cominciando a condensarsi.

«Stai sudando» gli fece notare Laura.
«Ah sì?»
«Sì.»
«Non me n’ero accorto.»

Sì, stai sbagliando tutto, pensò lei. Non ha più voglia di stare con te. Guardalo, le sue movenze, si sente a disagio qui in camera. O magari qui in casa.

«Vuoi scendere giù di sotto?», chiese lei.
«No no, sto bene qui. A meno che tu non voglia» replicò lui. Ecco, pensò. Non mi vuole più in casa sua. Vuole che io me ne vada. Mi sta indicando la porta in modo gentile.
«No no tranquillo, a me va bene anche stare qui.»

Laura si mosse di qualche metro e lo raggiunse, tanto da toccargli le ginocchia con le sue.

«Dimmi» continuò «Mark come sta?»
«Ah bene, l’hanno dimesso ieri. Era una brutta frattura, la sua.»
«Già, brutta brutta.»

Parlarono del nulla per qualche minuto, e poi, all’improvviso, una voce si materializzò nella testa di entrambi. Una voce che veniva dal profondo, e che non erano più abituati a sentire. SEI SOLO!, diceva. SOLO COME UN MAIALE AL MACELLO! Si fermarono, entrambi visibilmente imbarazzati. Robert apriva e chiudeva le mani, mentre Laura si stropicciava i capelli. Nella sua testa si stava muovendo qualcosa, qualcosa di grosso. Le vene le pulsavano nelle tempie e un forte mal di testa le attaccò la zona cervicale. Una parola le si era stampata davanti agli occhi. DIGLIELO. DIGLIELO. DIGLIELO.

«Rob» l’apostrofò. «Tu mi ami?»
Robert la guardò stranito, quasi come se fosse una domanda ovvia.
«Certo» rispose, con una certa fermezza. «Tu?»
Lei distolse lo sguardo e volse gli occhi a terra. Le lancette nelle sue orecchie erano diventate scalpelli di un maniscalco, insistenti, pesanti, fracassanti. Tirò un forte sospiro. «No.»

Fu come se un enorme masso l’avesse colpita in piena faccia. Pensava che, togliendosi quel sassolino dalla scarpa, le cose sarebbero migliorate, non che sarebbero precipitate in un vuoto pneumatico come stava succedendo. Di colpo si sentì pesante, e quasi non riuscì a muoversi. Osservò lo sgomento negli occhi di Robert, e osservò le sue belle iridi azzurre spegnersi piano piano. Le mani le tremavano e il cuore le batteva forte in petto. Il mascara cominciò a colare. Si sentì proiettata in uno spazio infinito senza alcuna possibilità di tornare indietro. Vedeva da lontano camera sua farsi sempre più piccola e diventare un puntino quasi impercettibile, fino a scomparire del tutto. Si alzò, desolata, e corse al piano di sotto. Robert rimase pietrificato. Era andato a sbattere con la macchina a centottanta all’ora contro un muro e adesso si aspettava solo la rivelazione divina. Davanti a lui un infinito nero, senza alcun tipo di via d’uscita. Si portò le mani sul viso e si stropicciò la faccia. Continuava ad osservare quel buio, provando paura. E fu lì che si materializzò davanti a lui una luce bianca, che rischiarò l’oscurità circostante, mostrando che questa occupava solo una parte delimitata del suo cervello. Dalla luce bianca si levava un leggero bisbiglio, che divenne più forte dopo qualche secondo. DIGLIELO. DIGLIELO. DIGLIELO. Robert si alzò di scatto e scese le scale di corsa. La vide seduta contro il divano, rannicchiata in posizione fetale.

«Sai, i Porcupine Tree» iniziò, con voce imbarazzata «- o almeno Steven Wilson – analizzano la fase adolescenziale come un periodo buio, cinico, caratterizzato dalla presenza di tempo sprecato in futili azioni e dalla poca voglia di godersi qualsiasi cosa attorno; sempre tediosa e accidiosa;» disse, avvicinandosi. Lei alzò la testa e lo guardò con uno sguardo vacuo. Lunghe linee nere le correvano sotto gli occhi. «C’è poi anche il grande sentimento di smarrimento nei confronti della vita, la voglia di evasione, la finta ribellione che pensiamo di aver provato solo noi, quando in realtà è un luogo comune, che passa con il tempo.» Le si sedette di fianco, guardando in avanti. «Anche se però, in questa esigenza di evasione è celato un vuoto che solo i più attenti percepiscono. Un vuoto che ti attanaglia la gola, ti riempie la laringe e blocca la trachea; scende fino allo stomaco e si aggroviglia in un nodo di fil di ferro, collegato direttamente all’intestino. E in quel momento non ti rimane che una scelta: “pillola rossa o pillola blu?” “Marco o Ludovico?” La maggior parte delle persone cade nella scelta più ovvia, quella che Fellini – o Guido Anselmi – avrebbe definito “Non ho proprio niente da dire. Ma voglio dirlo lo stesso”.»

«Eh?» chiese Laura, asciugandosi il mascara dalle guance. Robert prese un lungo respiro.
«Sai, prima di conoscerti ero solito studiare cinematografia. Ascoltavo tanta musica di vario genere, e sognavo di diventare un regista. Un grande regista. Sognavo di avere anche io la mia sedia personalizzata a bordo del set come Coppola o Kubrick. Sognavo di dirigere film da urlo, roba da sei o sette oscar, con attori carismatici e trame convincenti. Guardavo le ultime uscite, leggevo articoli di critica, studiavo dai grandi maestri e dalle grandi pellicole, cercavo di estrapolare da ogni genere la sua caratteristica portante. Mi sono appassionato all’horror, e ho provato a fare il mio primo cortometraggio e quando l’ho fatto vedere ai miei amici, si sono quasi tutti messi a ridere. Alcuni si sono trattenuti, per rispetto, ma gliel’ho letto negli occhi che non trovavano credibile ciò che stavano guardando. Ammetto che non fosse il migliore dei cortometraggi – anche perché prima di arrivare a certi livelli, di studio ce ne vuole -, ma diciamo che questa cosa mi ha un po’ destabilizzato, e mi sono chiuso in me stesso. Per un lungo periodo non ho visto nessuno, e la solitudine mi stava logorando talmente tanto che ho dovuto prendere una decisione: lasciare tutto o perseverare? Non essendo forte di spirito, come sai, ho seguito la più semplice. Ho chiuso tutte le mie cineprese in una scatola e le ho sigillate in soffitta, ho buttato tutti i libri da cui costantemente prendevo spunto e che mi impegnavo a studiare, e ho cominciato ad uscire. Dapprima mi sembrava di aver fatto la scelta sbagliata, ma piano piano quel senso di vuoto dentro di me stava cominciando a sparire. Uscendo, incontrando nuove persone, mi sono sentito vivo. Parlando con altre ancora, sui social, ho provato finalmente qualcosa di simile all’accettazione. Ed eccoci qui, sabato tredici dicembre. La connessione internet manca da solo quattro ore e già il buco è tornato, decuplicandosi e plasmandosi in un cratere, se non in una voragine. Non sento la mancanza di nessuno di loro, e sono abbastanza certo che neanche loro sentano la mia.»

Robert abbassò la testa in mezzo alle ginocchia. Una lacrima gli corse lungo la guancia. Per un paio di secondi nella stanza non volò una mosca: si sentiva solo l’insistente scrosciare della pioggia che batteva sulle finestre. Poi Laura gli appoggiò delicatamente una mano sulla spalla, e la mosse su e giù. «Io sognavo di diventare una scrittrice» disse, volgendo lo sguardo al tappeto rosso sotto i suoi piedi. Robert alzò la testa quasi di scatto. Ora la stava guardando con occhi diversi. C’era un sentimento nuovo, strano. Il fil di ferro dello stomaco stava via via sciogliendosi, permettendogli di gonfiare il diaframma liberamente. «Sognavo di vendere milioni di copie» continuò, stropicciandosi le dita delle mani nervosamente. «Ho iniziato che avevo più o meno sei o sette anni, e da allora non ho mai smesso. Le maestre mi dicevano che ero brava, i professori mi incoraggiavano dicendomi che ero veramente portata per ciò che facevo, e questo mi rendeva felice, come nient’altro al mondo. Ed ecco che la mia migliore amica si trasferisce a Boston, e io non ho più qualcuno con cui condividere niente o confrontarmi. Dapprima mi sale una sottospecie di malinconia, e poi cerco di farmi nuove amiche sfruttando ciò che so fare. Nessuna delle persone con cui parlo, però, mi valorizza per ciò che sono, considerandomi un po’ come la secchiona nerd della classe – non ne sono sicura, ma penso mi sparlino anche alle spalle. E come te, anche io cado nelle mani dell’indecisione, e anche io faccio la scelta sbagliata. Solo in una cosa differiamo: che a me un minimo di malinconia per ciò che ho fatto rimane, sempre. Ho paura di sbagliare ancora, ed è per questo che non riesco a dirti quella bella parolina. Io non ti amo. O almeno non ancora. Ci vuole tempo prima di poter dire qualcosa di così grande, ma posso provare a fare un passo in avanti.»

Silenzio. Il cuore batteva forte nel petto di lui così come nel petto di lei.

«Dove hai nascosto questa Laura per tutto questo tempo?» chiese lui, quasi con la tachicardia.
«E tu questo Robert?» Risero di gusto. Insieme.
«Possiamo fare una via di mezzo?» chiese lui, alzando il sopracciglio in segno di sfida. Lei aveva finalmente voltato la testa e lo stava guardando negli occhi.
«Ovvero?»
«Diciamo che è una relazione sentimentale nata per caso… in via di sviluppo? R.S.I.V.D.S.?»

Laura si portò le mani davanti alle labbra e le chiuse a coppetta, scoppiando in una fragorosa risata.

«Non ti piace?»
«Robert» disse lei, posandogli una mano sulla guancia e accarezzandogli il sopracciglio. «È perfetta.» Poi lo baciò. Con intensità. Tra tutti i baci che si erano dati, questo aveva qualcosa di davvero speciale, che entrambi ricordarono per un lungo, lungo periodo. Kundera aveva sempre avuto ragione: l’essere è leggero come una piuma, e questa leggerezza comporta delle spalle larghe capaci di sorreggerla. E se comunque non valiamo niente, tanto vale non valere niente ma essere felici. Kundera aveva sempre avuto ragione: l’amore è solo la coincidenza di una lunga serie di eventi casuali, che porta all’apice della condivisione.

Avevano sempre e solo scopato, ma quel pomeriggio, su quel tappeto, fecero per la prima volta l’amore.

Poche ore dopo, la connessione ricominciò a funzionare, ma non se ne accorsero neanche.

 

SECONDO PREMIO NARRATIVA

MARCO DI GEMMA
ITI Meccanica Torricelli
Milano

Per aspera ad astra

TV “ Buon pomeriggio cari telespettatori,oggi 14 gennaio 2051 festeggiamo il 30’ anniversario dalla scomparsa del virus chiamato covid-19,fu la causa degli squilibri sociali,economici e istituzionali dei maggiori paesi al mondo del 21 secolo.
Ricordiamo ora, i maggiori eventi che hanno portato l’umanità al periodo di crescita e pace di cui noi tutti stiamo beneficiando:
Al primo posto:l’unificazione di tutti i paesi del mondo sotto uno stesso governo,la federazione Omega. Questa unificazione ha portato ad una crescita esponenziale dell’economia globale e dell’innovazione tecnologica,prima rallentata dalle continue guerre tra occidente e oriente.
Al secondo posto:il programma di ricerca Omega, che grazie agli aiuti da tutto il mondo ha dato all’umanità nuove tecnologie come:il Trasmus un oggetto che permette di spostarsi da una parte all’altra del pianeta che ha facilitato i commerci internazionali e i viaggi. Dulcis in fundo, ma non meno importante troviamo al terzo posto:
la scoperta di Gemellis1 un pianeta gemello della terra, in cui l’umanità un giorno potrà vivere, su di esso l’umanità ha aperto il programma “per aspera ad astra” in cui tutti i più dotati giovani del mondo vengono chiamati per prepararsi ad un viaggio su Gemellis1. Ora invece passiamo alle notizie …”
Dall’altra parte dello schermo in una casa, due ragazzi iniziano a discutere.
Andrea“ wooow! Marco immagina che meraviglia vedere un nuovo mondo fantastic…”
Marco “ ma cosa pensi Andrea?! che ci siano unicorni e maghi, come nelle favole di papà?!”
Andrea “ uffa Marco, rovini sempre il divertimento!” Marco “io non rovino il divertimento, sono realista e dovresti esserlo anche tu! visto che ora hai 11 anni” Andrea “ non si vede proprio che siamo gemelli, tu sei sempre con i piedi sulla terra io invece volo tra le mie fantasie!”
Marco “all’ora attenta a non volare troppo in alto come Icaro o finirai per schiantarti…”
mamma “ Ragazzi ! forza a tavola che è pronto!” Marco e Andrea “ si arriviamo!”
Dopo cena i due ragazzi uscirono di casa.
Marco “Andrea andiamo a Skyfall anche oggi?” Andrea “ovviamente! sai che è il mio posto preferito e oggi è una notte di luna piena”.
Skyfall era una costruzione monumentale a forma di torre, creata precedentemente come punto d’osservazione ma poi dismessa con l’arrivo dei primi trattati della federazione Omega, diventata così una meta turistica della città.

Attorno a Skyfall vi era un giardino enorme con tantissimi tipi di piante differenti: sulle quattro strade collegate agli ingressi della torre vi erano cespugli di rose argentate giganti che ogni notte di luna piena sbocciavano, rilasciando spore color argento che andavano a catturare la bellezza del firmamento. Mentre a far sfondo ad una bellezza maestosa vi erano in tutto il giardino i floertis: alberi a forma di quercia che durante la notte fanno brillare i loro lunghi rami di una luce intensa e dorata, che insieme alle spore delle rose argentate mettono in piedi uno spettacolo di luci ed emozioni.
Quella sera Marco e Andrea non incontrarono gente a vedere i fiori sbocciare, ma di questo Andrea ne era felice visto che poteva godersi a fondo quella bellezza incredibile sprigionata dalla forza della natura, una cosa che ormai era diventata impossibile da vedere con la continua costruzione di strade ed edifici altissimi.
I due salirono i 12 piani della torre, attraverso una scalinata con i gradini in marmo, illuminata dalla luce che entrava dalle enormi balconate.
Alla fine della scalinata vi era una stanza enorme in cui tutte le pareti e il soffitto erano di cristallo.
In mezzo alla stanza vi erano dei tavolini con delle poltrone, mentre vicino alle finestre vi erano dei cannocchiali.
Andrea “guarda Marco non c’è nessuno oggi, che strano! Ma ora che ci penso molto meglio così, almeno potremmo avere tutto per noi lo spettacolo!”
Marco “ be, non è molto strano che non ci sia nessuno, visto che oggi è mercoledì e domani tutti vanno a lavorare o a scuola, anche noi non dovremmo fare tardi!se no…”
Andrea“ basta Marco, ora prova solo ad apprezzare questa meraviglia naturale”
Marco “ma…”
prima che Marco potesse iniziare la frase andrea lo prese per mano e si avvicinò al centro della stanza e guardò in alto.
Andrea“Marco sai qual è il mio più grande sogno?” Marco ancora un pò scosso per quanto Andrea lo aveva strattonato rispose:“ bo! penso diventare un’insegnante come mamma visto che hai sempre i migliori voti” Andrea“ No! vorrei un giorno entrare nel programma di Gemellis1, per poter vedere le stelle e fare scoperte incredibili, avventurarmi nel nuovo pianeta come fosse un libro d’avventura ed è per questo che mi impegno molto a scuola, per poterlo un giorno realizzare”
Marco “ wow! non pensavo che fosse questo il tuo desiderio, è incredibile! ma penso che ci riuscirai di sicuro, io invece non so cosa vorrei fare ma voglio avere un sogno spettacolare come il tuo”
Marco e Andrea allora, continuarono ad assistere allo spettacolo di luci del giardino mentre osservavano il cielo.
Il cielo era color carbone costellato da piccoli diamanti che riflettevano la luce di una luna nuova, imponente e luminosa, guardiana dei sogni segreti e le speranze delle persone nei loro letti e che oggi accoglieva quelli dei due fratelli.
Andrea continuò a studiare e migliorarsi per poter realizzare il suo sogno, mentre Marco continuava a stare nell’ombra della sorella essendo considerato come una persona che non metteva a frutto le proprie capacità.
All’età di 19 anni Andrea mandò la sua domanda di ammissione per il programma “per aspera ad astra”, fu accettata subito e tutta la sua famiglia ne fu felice.
Il programma “per aspera ad astra” comprendeva uno studio intensivo in una struttura specializzata, in cui ogni studente doveva rimanere e non poteva uscire prima della fine dell’anno, evitando così i contatti col mondo esterno.
Le regole servivano a formare i nuovi giovani alla vita su Gemellis1, per questo vi erano molti corsi sia di studio che di sopravvivenza, ma tra le centinaia di studenti che partecipavano solo i migliori 20 potevano andare su Gemellis1 e avere come premio 1.500.000$ di borsa di studio.
Ormai sembrava che il sogno di Andrea si stesse per realizzare quando, qualche mese prima della partenza mentre festeggiava con delle sue amiche fu investita da un motociclista.
Le condizioni di Andrea erano molto gravi, finì per perdere l’uso delle gambe.
I medici dissero che vi era la possibilità di ricominciare a camminare con un trattamento sperimentale, purtroppo era troppo costoso, così la famiglia di Andrea dovette rinunciarvi.
Ormai l’andrea che tutti ricordavano come una ragazza sempre solare con un sorriso splendente, si era trasformata in una persona senza sentimenti e che non provava più felicità nel continuare a vivere.
Marco non riconosceva più la sorella, provava di tutto per farla sorridere e non pensare a quel sogno divenuto ormai irrealizzabile.
Non molto tempo dopo l’incidente arrivò a casa una lettera del programma che diceva di aver perso i dati anagrafici di Andrea, quindi li pregava di rimandarglieli. Leggendo quella lettera la mente di Marco iniziò a scaturire pensieri strani.
Mentre la sorella piangeva sulla spalla di sua madre, e senza rendersene conto Marco pensò ad alta voce. Marco“ immagina se potessi prendere il posto di Andrea, avrei i soldi per poter pagare le cure”
A quella frase fece seguito un lungo silenzio accompagnato dagli sguardi di sua madre e per la prima volta dopo tanto tempo dallo sguardo vivo di sua sorella. Il silenzio fu interrotto quando Marco si rese conto di aver pensato ad alta voce e scusandosi per quello che aveva detto, corse verso la sua stanza.
Disteso sul suo letto Marco ripensò a quello che aveva detto, ma gli sembrava impossibile che uno come lui potesse farcela.
Quella sera Marco non riuscì a dormire perché voleva scusarsi con Andrea, così andò nella sua stanza ed entrando vide sua sorella sulla sedia a rotelle che stava davanti alla finestra ad osservare il cielo.
Marco“ Andrea non volevo disturbarti… ma scusami per quello che ho detto prima… non voglio che tu soffra ancora!”
Disse con una voce tremolante mentre abbassava il capo.
“perchè dovresti scusarti? penso che ciò che hai detto era per darmi speranza, non potrei mai accusare qualcuno di voler dare speranza ad altre persone.” Disse Andrea rivolgendo lo sguardo verso Marco con un sorriso dolce e felice.
A quel punto Marco vedendo il sorriso di Andrea da lui tanto ricercato, aveva capito che l’unico modo per riuscire a rivederlo sarebbe stato quello di fare l’impossibile.
Marco“ vorrei poterti dire che ci proverò ma per me è impossibile essere come te”
Disse abbassando la testa e cominciando a singhiozzare.
Andrea allora si avvicinò a Marco con la sua sedia a rotelle e lo abbracciò dicendo: “ non è vero che per te è impossibile, so meglio di chiunque altro che sei un ragazzo fantastico sempre pronto ad aiutare gli altri, intelligente, capace di sognare ed è proprio per questo che riuscirai nell’impossibile”
All’improvviso una sensazione strana investì Marco, una sensazione che non provava da tanto tempo, era la sicurezza in se stesso e nelle proprie capacità.
Marco alzò la testa e disse:“ allora ci proverò…tenterò… anzi ti assicuro che vincerò la borsa di studio di quel programma per farti tornare a camminare”.
Qui iniziò il viaggio di Marco, per prima cosa inviò i fogli con i dati anagrafici sperando che la commissione non si accorgesse della differenza, visto che Andrea poteva essere interpretato come un nome maschile.
Prima della partenza Marco studiò il più possibile insieme ad Andrea per passare i test d’ingresso.
Quei 2 mesi passarono velocemente e venne il giorno della partenza, così Marco salutò la sua famiglia e salì sul pullman diretto verso l’accademia, col cuore pieno di speranza per il futuro.
Marco riuscì a passare i test di ingresso, ma la cosa peggiore che ci possa essere dopo il non superarli è superarli con il voto peggiore, cominciando l’anno essendo considerato come il peggior studente dell’accademia.
Passarono 4 mesi dall’inizio del programma e Marco non riusciva a migliorare sia nelle prove scritte che in quelle pratiche, in più non aveva amici perché tutti lo consideravano un ragazzo senza talento e solo fortunato ad essere li.
Marco aveva perso la speranza e la fiducia in se stesso per poter continuare, così decise di andarsene prendendo un treno a notte fonda, sapendo che se un candidato non si fosse presentato all’appello mattutino sarebbe stato espulso. Quando tutto sembrava ormai perduto, apparve davanti a Marco uno strano signore che si sedette davanti a lui. Il signore portava un giubbotto lungo di pelle color marrone fino ai polpacci, aveva due grossi baffi bianchi e un basco in testa.
Marco non l’aveva notato, visto che ormai non faceva altro che guardare il pavimento, pensando come avrebbe potuto guardare negli occhi sua sorella e sua madre.
Io strano signore scrutando con i suoi grandi occhiali Marco e notando la sua espressione cominciò a parlargli: “scusami giovanotto ma perchè sei così triste?sembri un giovane così in forma e in buona salute” Marco non rispose perché sapeva che se avesse cominciato a parlare la sua voce sarebbe stata spezzata dal pianto.
“dai su ragazzo dimmi cosa c’è che non và, sappi che poi starai meglio” disse l’uomo mettendosi di fianco a Marco.
Marco sentendo quelle parole così dolci e piene di conforto non poté far altro che raccontare a quell’uomo con un carattere così paterno, tutta la sua storia. Quell’uomo allora decise di aiutare il ragazzo, ed inizio’ a parlargli:
“Un grande uomo una volta mi aiutò, oggi spero di riuscire ad aiutarti come fece lui con me, per farlo dovrò raccontarti una storia…”
L’uomo allora cominciò a raccontare a Marco la storia di un ragazzo di nome Gianluca a cui fu strappata la propria madre da una tremenda malattia.
Il ragazzo che prima dell’accaduto amava scrivere per lei, iniziò a vedere la scrittura solo come una fonte di dolore.
Egli ormai aveva raggiunto il baratro e non sapeva più come uscirne, cominciando a vedere la vita vuota e senza significato.
Un giorno arrivò un uomo molto saggio che gli fece capire che quel dolore poteva trasformarsi in determinazione.
Quella determinazione aiutò il ragazzo ad uscire dal baratro e a realizzare il suo sogno, di diventare uno scrittore il quale non avrebbe mai dimenticato di aiutare tutti coloro che come lui erano finiti nel baratro.
“Detto questo ora devi prendere tutto il dolore che provi e trasformarlo in determinazione così potrai raggiungere qualsiasi obiettivo.
Dimmi ora qual’è il tuo sogno?” disse l’uomo.
Marco a quella domanda gli venne in mente la notte in cui Andrea gli aveva svelato il proprio sogno, prima non era riuscito a rispondere veramente ma adesso sapeva qual’era il suo sogno.
“il mio sogno è vedere mia sorella sorridere di nuovo e riuscire a dimostrare a tutti che anch’io posso diventare un vincente”.
Marco ora sapeva cosa fare, ma era troppo tardi per tornare indietro. In quel momento l’uomo lo rassicurò dicendo che lo avrebbe riportato indietro, visto che conosceva il capostazione che gli doveva un favore.
Il capostazione si rivolse allo strano uomo che aveva aiutato Marco.
“Allora Gianluca con questo siamo pari giusto?”
“Si non ti preoccupare,sono sicuro che ora guardandomi dall’alto il mio caro amico Virgilio sarebbe fiero di me” disse Gianluca guardando Marco allontanarsi.
Marco così riuscì a tornare all’accademia senza che nessuno si accorgesse della sua assenza.
Cominciò ad impegnarsi più duramente di chiunque altro, e i suoi voti salirono sempre di più, fino a ritrovarsi tra i migliori del corso.
Questo grande cambiamento era stato notato da tutti, così che Marco cominciò a fare amicizia con i suoi compagni che si scusarono per il loro comportamento. Marco sostenne gli esami finali con la certezza di farcela.
Arrivò infine l’atteso giorno della premiazione, in cui furono nominati i migliori 20 studenti dell’accademia, che avrebbero ricevuto la tanto agognata borsa di studio e il viaggio su Gemellis1.
Marco però non era tra queste persone, ma prima che potesse pensare al peggio, sentì una voce dagli altoparlanti.
“quest’anno vi sarà l’elezione di uno studente che abbiamo considerato come speciale, perché riflette lo scopo per cui abbiamo creato il programma.
Studiato per trovare persone che con le proprie capacità potessero superare tutti gli ostacoli che vi si ponevano di fronte.
Lo studente a cui consegneremo la borsa di studio come studente che ha fatto propri i valori del programma è Andrea!”
Marco non riusciva a credere a quello che aveva sentito, e tra gli applausi e le urla dei suoi compagni salì sul palco, tremante,incredulo della felicità che lo avvolgeva. Ora Marco aveva realizzato il suo sogno, dimostrando a se stesso e agli altri che i sogni per quanto irrealizzabili con impegno,determinazione e sacrificio possono diventare realtà.
Marco partì verso gemellis1 iniziando una nuova grande avventura. ma questa è tutta un’altra storia…

 

TERZO PREMIO NARRATIVA

ALESSIO BEDUSCHI
Istituto Superiore Alessandro Manzoni
Suzzara (MN)

La forza dell’amore

In Padania, nel cuore di quella fertile pianura racchiusa tra alpi e appennini, il destino ha voluto ambientare una favola moderna dal sapore antico. Correvano gli anni Sessanta e la terra pullulava di famiglie contadine, comunità ristrette, confinate, forse disperse, ove i vecchi s’erano arenati alla riva del maestoso fiume mentre i giovani invece non vedevano l’ora di partire a remare, inseguendo controcorrente ideali forse irrealizzabili. Suzzara era una di queste realtà, con le sue storie, le sue frazioni, i suoi abitanti, sospesi tra il mondo e il nulla, tra sogni morbidi e la dura realtà da masticare ogni giorno.
Qui erano nati Mariolino e Anna, due giovani di famiglie malagiate, lui proveniva da una stirpe di pescatorucci che si spaccavano la schiena ogni notte fino al nascer del sole; lei da un casolare di zappaterra che iniziava a coltivare proprio quando Mariolino faceva ritorno al porto e che terminava all’incirca sul tramonto, quando i raggi si facevano delicati e sfumati all’orizzonte.
I due si erano conosciuti un sabato, quasi per caso, sul lido che brulicava di giovani scatenati a ballare sotto le stelle.
Lei era abbastanza alta, aveva una lunga chioma di un biondo delicato che tirava quasi al castano la quale si intonava ai suoi occhioni marroni, lui era un marcantonio con la testa quadrata, sempre tra le nuvole, vestiva sempre con la stessa camicia e con lo stesso paio di pantaloni stracciati.
Quando partì “Guarda come dondolo” tutti impazzirono.
Le spalle dei due si urtarono e si trovarono faccia a faccia, si scambiarono una celere occhiata reciproca per rigettarsi a capofitto nel ballo, spalla a spalla, oscillando le gambe a tempo e scuotendo le braccia avanti e indietro. Lei si muoveva bene, al contrario di lui, rigido come un palo e fuori tempo. Anna non riusciva a trattenere il sorriso innocente, di compassione per quelle movenze scanzonate; lui ruppe il ghiaccio per primo, aveva un gran fiatone:” Madosca! Se balli bene! Piacere, Mariolino!”
“Anna, ti insegno io se vuoi.” continuando a sorridere.
“Beh se proprio ci tieni, perché non facciamo due passi sul lido invece?” “È tardi, se vuoi accompagnarmi a casa visto che sono sola.”
“Volentieri, dove stai?”
“Riva, incamminiamoci.” E i due andarono verso l’argine, allontanandosi da quel casotto di giovanotti.
“Tu lavori?” fece Mariolino avviando la conversazione.
“Vorrei avere un lavoro, un po’ di indipendenza ma…”
“Ma?”
“Eh ma non ho ancora trovato niente di fisso, tutti lavoretti qua e là.” disse sospirando un poco.
“Ah beh tranquilla, vedrai che cercando prima o poi troverai qualcosa.” cercò di consolarla Mariolino, con quel volto sempliciotto ma tutto sommato confortevole.
“E pò as pudom dà la man!” continuò Mariolino, ridendo per sdrammatizzare.
“Perché?”
“Perché sono nella tua stessa situazione: non ho un lavoro fisso nonostante ne abbia bisogno, a volte vado sul peschereccio con mio padre ma non sono per niente bravo a pescare e lui dice che se non mi trovo un lavoro mi sbatte fuori casa.”
“Brutta storia, ti capisco, meglio non pensarci.”
Mariolino cercò di farle un complimento con la sua aria da bonaccione: “At gè ràson, stasera ho una meravigliosa pütèla al mio fianco, le cose non possono che andar bene.”
Si conoscevano da appena un quarto d’ora, lei rimase stranita, ma arrossì e sorrise, capendo che Mariolino era sincero e che probabilmente non aveva mai parlato con una ragazza solo prima di quella sera.
Mariolino non osò andare oltre, da lì in poi stette muto fino alla casa di Anna; i due contemplarono il silenzio, felicemente disturbato dai suoni della natura notturna, ma era come se si parlassero interiormente, attraverso sguardi rapidi e sorrisi fugaci fino ad arrivare a casa di Anna.
Lei lo salutò sulla porta e lui stette lì, impalato, come quando prima ballavano il twist; lei, per smuoverlo, si alzò sulle punte e gli diede un abbraccio, spezzando il silenzio:” Grazie, ho passato una bellissima serata.” “Anch’io, potrò rivederti?” fece lui, irrigidito il doppio di qualche secondo prima.
“Ci rivedremo, ti aspetterò sabato prossimo sull’argine per scendere al lido.” Gli sussurrò all’orecchio.
“Va bene, a presto!”, lei si staccò e la porta si richiuse.
Mariolino imboccò la strada verso casa con mille pensieri per la testa, interrotti solo dal saluto di Anna, lontana dalla finestra della sua camera. Era euforico e canticchiava illuminato dalle stelle brillanti, forse tanto splendenti apposta per festeggiare quel magico incontro.
Alternava una camminata normale a passi di quel fantomatico ballo che prima s’era inventato.
Passarono due giorni, ed era come se le loro anime si specchiassero sulle onde del fiume, lei col pensiero di lui e del suo viso quadrato in testa, lui percorso dentro dalla grazia di quella ragazza.
Mariolino, al terzo giorno, sentì il bisogno di parlarne ai suoi: aveva conosciuto una ragazza che gli piaceva molto e intendeva sistemarsi con lei, se la conoscenza fosse andata a buon fine. Un simile discorso fece Anna alla sua famiglia la stessa sera, dopo il lavoro.
La reazione delle due famigliole fu molto repressiva, quasi d’una violenza inaspettata, da un lato la famiglia di Anna voleva vedere loro figlia maritata con un ragazzo facoltoso, di buona famiglia e non con un pescatore squattrinato che non aveva manco un lavoro; dall’altro lato la famiglia di Mariolino vedeva di malocchio una scelta simile visto che il loro figlioccio dipendeva economicamente dal lavoro del padre e dei fratelli.
Avrebbero dovuto mantenere anche una nuova arrivata?
Così, sia il padre di Anna sia quello di Mariolino vietarono ai poveri figli di uscire e il sabato dell’appuntamento promesso nessuno dei due giovani si fece trovare sull’argine al calar del sole.
Il lido si riempì di gente: ragazzi del quartiere, qualche attaccabrighe della periferia, gente da fuori, era un vero pollaio, ma mancava veramente qualcosa a quel posto per renderlo bello e felice; quelle che si sentivano erano solo schiamazzi, urla, risate riempitive incuranti del tempo e delle persone che le udivano, mancavano Mariolino ed Anna, gli unici ad avere avuto il coraggio di parlarsi dopo quella spallata e di non perdersi nella bolgia, come tutti gli altri.
I due erano attanagliati da un profondo disagio, sparavano fuori pensieri pessimisti, rapidi, uno dopo l’altro, come lo sbattere della coda di uno storione o il flettersi da una parte e dall’altra di una spiga di granoturco appena germogliata.
“Chissà cosa penserà!” “Non mi vorrà vedere più!” “Ho rovinato tutto!”
I pensieri erano gli stessi per tutti e due.
Brividi gelidi percorrevano la loro schiena, la paura di perdersi reciprocamente era il sentimento più forte fino ad allora mai provato sulla loro pelle.
Il volto di Anna era ormai rigato di lacrime le cui gocce scorrevano su guance brucianti, così arrossite che sembravano stessero per scoppiare; Mariolino le tratteneva a stento, non aveva mai pianto in tutta la sua vita eppure, sulla voce calda di Mina proveniente dal lido dove avevano messo il disco di “Se telefonando”, qualche lacrima scese anche agli occhi del povero ragazzo.
Soltanto passato qualche giorno, col cuore in gola, Mariolino decise di andare a casa di Anna per cercare di parlarle, si vergognava molto per non essersi presentato ma non sapeva che anch’ella quella sera non si fece viva. Egli tremava tutto, come un uccellino appena nato in balia del vento, ma ormai si era deciso a proseguire; era un uomo e doveva avere il coraggio di affrontare la situazione, così in pochi minuti arrivò a casa di Anna. Appena si presentò al padre di famiglia prese tante sberle e pedate che scappò a gambe levate però non si diede per vinto, doveva assolutamente parlarle.
Tornò a notte fonda, si arrampicò per la grondaia e bussò alla finestra di Anna, la quale si svegliò sentendone il rumore.
Ella camminò in punta di piedi fino alla finestra e qui stette per urlare a squarciagola, per fortuna intuì subito che quella sagoma di testa quadrata poteva solo essere il viso di Mariolino, tirò la tenda ed effettivamente si rese conto di aver indovinato.
Un lampo di gioia e un sorriso balenante si delinearono sul bel volto di Anna, aprì la finestra e lo tirò dentro, sfinito per essere stato appeso così tanto alla grondaia.
“Mariolino! Quanto mi sei mancato!” sussurrò lei.
“Anche tu…” fece appena in tempo a sospirare lui.
“Devo chiederti perdono.” Intonarono i due contemporaneamente, con un tono di voce triste e sommesso.
“Come?” sempre insieme.
“Tu che hai fatto?” chiese lei a lui.
“Ma come…perché me lo chiedi, dovresti saperlo, no?”
“No, perché dovrei scusa?”
“Ma allora vuol dire che sabato non sei venuta neanche tu.”
“Eh Mariolino non sono venuta perché i miei me lo hanno impedito, per quello volevo chiederti scusa io…”
“AH” urlò quasi Mariolino
“Shhhh! Ci sentono i miei!” lo ammonì lei.
“Si scusa scusa, anch’io sono mancato all’appuntamento e volevo chiederti perdono proprio per questo, la mia famiglia dice che non ci possiamo frequentare…” il volto di Mariolino si fece corrucciato e placcato di una triste malinconia, questa volta fu Anna a consolare lui: “As pudom dà la man!” ridendo silenziosamente davanti a lui e rievocando quella magica sera in cui il destino li aveva fatti incontrare.
Lui la strinse forte, era un abbraccio pieno di premura, di sentimento e lei lo baciò sul collo, piano, dolcemente, quasi come se le sue labbra coccolassero la pelle di Mariolino…l’amore tra due giovani quella notte fu sigillato.
“Dobbiamo continuare a vederci, stabilirci insieme.” disse Mariolino, alzandosi.
“Si, ma come senza un lavoro? E dove ci stabiliamo?”
“Io ho pochi spiccioli, giusto per pagare l’affitto un paio di mesi, dobbiamo trovare un lavoro entrambi.”
“Fosse facile.”
“Vabbè diamoci da fare, dobbiamo dimostrare alle nostre famiglie che si sbagliano; io cercherò annunci sul giornale, tu potresti andare a chiedere in qualche bottega del centro.”
“Domani ci proverò a passare.”
“Perfetto cara, per vederci potremmo darci appuntamento il sabato sera in posti diversi, tanto per cambiare e non far insospettire i tuoi.”
“E secondo te uscendo tutti i sabati sera non si insospettiscono?”
“Ritornerai presto e se diranno qualcosa per me tu dì che mi hai già dimenticato e che loro hanno fatto bene a non permetterti di vedermi.”
“Glielo dirò caro.”
Mariolino uscì sempre dalla finestra senza fare il minimo rumore, i due innamorati si erano dati appuntamento in campagna e Mariolino camminando verso la sua casa si immaginava già di vivere quel momento.
Il giorno dopo Anna passò per le due piazze del centro, piazza Garibaldi e piazza Castello, dove non trovò fortuna anche se, parlando con la titolare di un negozio di vestiti, scoprì che una nuova ditta di bevande gassate e sciroppi era stata edificata sul viale Virgilio e che i fratelli che la gestivano avevano un forte bisogno di personale, quindi prese un appuntamento in ufficio per il giorno seguente.
Mariolino invece non aveva trovato un granché sui giornali della settimana e sabato era alle porte.
I due si incontrarono al pomeriggio nella campagna dorata, vicino a grandi balle di fieno arrotolato qua e là per il campo che coloravano il paesaggio; il sole le aveva seccate e i fili potevano emanare tutta la loro fragranza d’estate.
Si stesero vicini e si dissero tutto: lei era stata presa a quella ditta di bibite e lui non aveva trovato niente di soddisfacente se non un annuncio di un salumificio la sera prima.
Non servivano parole da aggiungere, i loro occhi si fissavano e captavano la felicità reciproca, si strinsero ancora di più sentendo i fringuelli cantare.
“Tra poco tempo vivremo in una casa nostra” disse lei.
“Si, dove la vorresti?”
“Un appartamento in piazza Castello…sai che bello svegliarsi ogni mattina con la torre davanti agli occhi?”
“Si, poi con te al mio fianco, deve essere sicuramente intrigante” Mariolino era sommerso di baci e carezze.
“C’è stato qualcosa, in queste settimane, che non ha fatto sfiorire il nostro legame, lo ha preservato e ci ha fatto arrivare qui…” continuò Mariolino, il cui volto s’era fatto serio.
“Cosa?” Anna era molto incuriosita.
“Eh bella domanda, non saprei darti una risposta precisa…forse la calma immobile di questa terra, la pace che si trova qui non si trova in nessun altro luogo…Qui tutto è tessuto d’armonie profonde, tutte la natura si vuole bene, un elemento sta in tutti gli altri e tutti gli altri stanno in lui.”
“È un po’ difficile seguirti sai, sembri un poeta…”
“Mah, basta che osservi intorno a te questa meravigliosa campagna: il sole dona calore passionale a tutte le creature, il soffio del vento spazza via ogni impurità e tutte queste piante riparano ogni essere da ogni pericolo, in che delicato e perfetto equilibrio viviamo io e te.”
“Si, ho capito! È la forza dell’amore, che qui si vive, qui si respira, si osserva, tocca ad averci fatto andare avanti, che ci ha fatto superare le avversità affrontandole insieme, proteggendo e alimentando il fuoco che s’era acceso in noi sfregando le nostre spalle in quella sera speciale.”
“Proprio così.” annuì Mariolino.
Mariolino ottenne il posto al salumificio, ai due mancava solo l’appartamento desiderato e mostrare alle loro famiglie l’errore che avevano fatto ad allontanarli, anche se era ancora presto per avvisarli. Il tempo per loro non si misurava più con l’orologio, era solo scandito da quegli incontri, divenuti i veri secondi, minuti della loro calda e focosa voluttà.
Un pomeriggio le loro carezze fluivano sulla riva del Po, assieme allo scorrere delle onde, i loro abbracci erano più forti dei mulinelli creati dalle correnti.
Un’altra volta invece vi era un indescrivibile crepuscolo; si incontrarono al ponte di barche dove quella debole, tiepida luce si posava delicatamente su ogni cosa creando, qua e là, ombre e sfumature; la dolce brezza avvolgeva i due amanti, come Paolo e Francesca, e le loro labbra sfiorandosi delicatamente oscillavano, come le barche in fila, cullate da quel soffio. Nessuno dei due si sarebbe potuto però mai dimenticare di quella sera ai canneti dove, come due bambini, giocarono a nascondersi tra le cannucce, i giunchi e le mazzesorde.
Le risate di Anna e i passi di Mariolino, intento a rincorrerla, rompevano il silenzio e i due quella notte consumarono tutto il loro amore.
Un anno dopo avevano racimolato abbastanza spicci per affittare un piccolo appartamento che si affacciava sulla torre e avanzavano soldi per sposarsi. Organizzarono il matrimonio in gran segreto; sia Anna, sia Mariolino invitarono le loro famiglie in piazza di fronte alla chiesetta dell’Immacolata Concezione.
Quando videro gli sposini, vestiti da cerimonia, i due padri di famiglia capirono subito di cosa si trattava.
Ma i genitori, con un’occhiata di intesa ai coniugi, si strinsero la mano e sorrisero, capirono anche loro l’amore che c’era tra i loro figlioli e, ormai, avevano tutti i mezzi per vivere la loro vita, serena e indipendente da qualsiasi cosa.
Anna e Mariolino si baciarono davanti a tutti, tra applausi e urla gioiose, e festa grande fu fatta in centro.
La forza dell’amore aveva trionfato.